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Non ti ha fatto niente.

Summary:

Fabrizio sa poco del passato di Ermal, non ne hanno mai parlato, e lui non ha mai chiesto.
Nota però i suoi atteggiamenti, finchè tensione e stress pre-sanremo non fanno uscire sentimenti repressi e insicurezze.
Ci si metterà anche un ritorno dal passato.

dal testo:
Evidentemente non era stato abbastanza prudente, perché i suoi movimenti provocarono l’immediata reazione. Ermal quasi sparì in una palla tremante, mentre gli arrivava l’implorazione tremante di non fargli del male.

Notes:

Attenzione:ho un po' giocato col passato di Ermal, ma questa ff è ispirata a due cose:
l'intervista dopo festival, dopo la vittoria, quando ha dichiaro che avrebbe voluto cantare: bastardo, non mi hai fatto niente.
E il secondo di stupore di Fabrizio all'abbraccio dopo la canzone alla terza sera, poco prima del suo sorriso.

E niente. Mi è partito il cervello.

Chapter Text

Partiamo un giorno prima, si erano detti quando era venuto il fatidico momento di organizzare la trasferta sanremese, quella trasferta che si sperava fosse solo l’inizio, e non la fine della loro collaborazione, che andava avanti da mesi ormai, ma che non era ancora, per ovvi motivi, decollata.

In ogni caso, Fabrizio non rimpiangeva nemmeno un secondo delle passate settimane, e ancor meno il giorno in cui aveva detto a Ermal: “vieni nella mia camera, dobbiamo parlare”.

Quel ragazzino timido e schivo, che sembrava chiuso verso tutto e tutti, l’aveva colpito subito.
La forza delle sue canzoni lo colpiva da sempre, dalla prima volta in cui l’aveva sentito, per caso. Ma durante il Festival, il torrente di emozioni che usciva solo e sempre quando attaccava il proprio brano, lo aveva completamente asfaltato.
Era come se Ermal, normalmente un guscio chiuso come il riccio attorno una castagna, sul palco esplodesse, come se incanalasse tutto il proprio cuore in quelle parole; a Fabrizio tornava la pelle d’oca solo a pensarci.
Chiunque avesse un minimo di empatia, poteva chiaramente capire che c’era più di retorica in quella canzone contro la violenza.

E l’idea di una collaborazione aveva iniziato a formarsi fin dal primo giorno di Sanremo, ma solo quando tutto era finito aveva trovato la forza, e soprattutto il tempo, di “rapirlo” per qualche minuto e parlargli.

E ora, un anno dopo o quasi, eccoli finalmente pronti a una nuova avventura, al test finale, quello che avrebbe detto loro se avevano perso tempo o meno.
Che poi no, non avevano perso tempo.
Anche se la loro canzone fosse stata un fiasco, Fabrizio non avrebbe mai definito una perdita di tempo le notti e i giorni passati in sala di registrazione, a casa sua, a casa di Ermal, in uno Starbucks a Londra perchè avevano deciso che dovevano staccare per qualche giorno e scappare dall’Italia. Quei mesi lo avevano arricchito, e gli avevano fatto conoscere una persona nuova, che gli aveva aperto gli occhi su un sacco di cose, di si sente parlare, ma che allo stesso tempo non arrivano davvero finchè non le vedi.

E Fabrizio l’aveva visto con i propri occhi:
Ermal era sempre e perennemente teso e all’erta, di questo Fabrizio se ne era accorto subito, quella sera in quella camera d’albergo.
L’aveva invitato a entrare e aveva, come sempre, chiuso la porta dietro di sè e poi fatto un passo verso di lui per invitarlo ad accomodarsi, ed era allora che l’aveva vista.
Una tensione che da normalmente impercettibile, era diventata visibile; i suoi occhi erano immediatamente saettati dalla finestra alla porta del bagno per poi tornare sulla porta d’ingresso.
Il tutto non era durato più di mezzo secondo, nemmeno il tempo di pensare a che diamine fare per metterlo tranquillo.
E poi Ermal era semplicemente tornato sè stesso, e gli aveva fatto un mezzo sorriso, come a scusarsi di quell’attimo di puro terrore, come una preghiera di non fare domande.
Fabrizio si era voltato verso il minibar, e ne aveva estratto due bottiglie di birra, perchè quando non sai cosa fare, la birra è sempre la soluzione giusta.

Ermal non amava le porte chiuse. Specialmente se tra lui e la porta c’era qualcun altro sulla via più breve per arrivarci.
E dal momento in cui se ne era accorto, Fabrizio ci faceva particolarmente attenzione, specialmente quando la suddetta porta era l’unica via d’uscita percorribile, a meno di non volare giù dal chissàqualesimo piano.
E non gli piacevano i rumori improvvisi.
E i movimenti fulminei.
E le cuffie insonorizzanti.
E qualsiasi tipo di contatto fisico che prevedesse un braccio allungato.
Erano riflessi incondizionati, reazioni istintive di un corpo abituato all’aggressione inaspettata, che si sentiva sempre e comunque in pericolo. Reazione di cui Ermal un po’ si vergognava, forse, perchè ogni volta compariva quello strano sorriso triste, lo stesso di quella sera nella camera d’albergo.
Del passato di Ermal non avevano mai parlato, mai apertamente.
Veniva fuori a spizzichi e bocconi, in certi momenti più di altri, ma Ermal era un lottatore, uno di quelli che incanalava tutto nella musica.
C’erano giorni in cui cantava con rabbia, giorni in cui calcava le parole sui fogli tanto che le nocche erano bianche attorno alla penna, giorni in cui, al contrario, si sentiva svuotato di ogni emozione, esausto del fatto di non riuscire mai a rilassarsi completamente, mai ad aprirsi, mai a ricevere un contatto fisico senza che i suoi nervi si tendessero allo spasimo.
Fabrizio non aveva mai chiesto. Ogni volta, si era lasciato investire da qualunque cosa Ermal trasmettesse, adeguandosi e cercando di metterlo sempre e comunque di fare in modo che potesse sempre sentirsi al sicuro.
Non lo faceva per pena. No.
Certo, gli dispiaceva vedere una persona così bella ancora straziata da una sofferenza che si portava dietro da troppo tempo, ma allo stesso tempo lo ammirava.
E sentiva il bisogno di proteggerlo.
Di proteggerlo e di salvaguardarlo. Non voleva più vedere quegli occhi inquieti, che si facevano spaventati ogni volta che sentivano un padre rimproverare il proprio figlio.
E soprattutto, aveva giurato a sé stesso che mai i suoi figli avrebbero avuto quello sguardo, mai per colpa sua o della sua compagna.
Non che ce ne fosse bisogno, ovviamente, ma vederne le conseguenze scritte su un viso a oltre 20 anni di distanza, l’aveva scosso nel profondo.

La conseguenza, era che a Ermal non piaceva l’ambiente dell’Ariston. Non l’avrebbe mai ammesso apertamente, ma Fabrizio, quando ripensava all’anno precedente, collegava ora molte cose.
Ermal viveva praticamente rinchiuso nel proprio camerino, usciva il meno possibile ed era sempre teso.
Prima aveva pensato fosse solo tensione nervosa, ora aveva le idee più chiare.
Per questo, gli aveva proposto di partire un giorno prima e fermarsi in un albergo poco lontano dall’ariston, uno dei tanti della costa ligure. Sperava che arrivare lì un giorno prima l’avrebbe aiutato ad ambientarsi prima dell’inizio di quei giorni di delirio puro e ansia.

Peccato solo che l’albergo avesse fatto casino e ora i due si ritrovavano a condividere una stanza con un letto solo, ovviamente singolo.
Un classico.
Fanculo.
“Prendo il pavimento" come spesso accadeva, avevano parlato contemporaneamente.
Con il delirio del Festival alle porte, tutti gli alberghi erano stato presi d’assalto, e la possibilità di trovarne un altro, si conseguenza, molto remota, quindi avevano deciso di condividere la stanza.
“Sono abituato ai miei figli" riprese Fabrizio “mi sfrattano una sera sÍ e l’altra pure. Non preoccuparti"
“sei sicuro?”
“Sicuro. Poi è solo una notte, non morirò"
“Speriamo"
Alla fine erano giunti a una specie di compromesso. Col fatto che la.stanza era molto calda, Ernal cedette il proprio piumone all’amico, sicuro di non averne bisogno. Piegandolo in due, Fabrizio scoprì che creava un fondo abbastanza comodo.

Fabrizio aprì gli occhi di scatto al grido.
Con due figli in età da mostri sotto il letto, uomo nero e chi ne ha più ne metta, dormiva ormai inconsciamente con l’orecchio teso.
“Ermal?” chiamò con la voce impastata dal sonno, sollevandosi su un fianco per osservare il suo compagno di stanza.
Ermal si era messo a sedere sul letto, il petto si alzava e si abbassava rapidamente, troppo rapidamente per i gusti di Fabrizio, che si alzò immediatamente in piedi, facendo attenzione a non essere troppo repentino nei propri movimenti.
Evidentemente non era stato abbastanza prudente, perché i suoi movimenti provocarono l’immediata reazione. Ermal quasi sparì in una palla tremante, mentre gli arrivava l’implorazione tremante di non fargli del male.
Fabrizio si bloccò completamente.
Non sapeva cosa fare.
Toccarlo non se ne parlava, non sapeva come avrebbe potuto reagire, ma a prescindere non tocchi uno che ti sta pregando di non picchiarlo.
Si guardò intorno, e decise di aprire la finestra, sperando che l’aria fredda dei primi di febbraio lo aiutasse a riprendere lucidità, a non farlo sentire in trappola. Erano al piano terra, per cui probabilmente anche se fosse scappato da li non si sarebbe fatto male. Non voleva aprire la porta perchè non voleva ritrovarsi a spiegare ai giornalisti il perchè del gesto, o dell’attacco di panico di Ermal.
Certo, perchè spiegare perché era scappato dalla finestra aveva senso invece.
“Ermal… sono io. Sono Fabrizio” provò a chiamarlo, mettendo nella propria voce tutta la dolcezza che avrebbe usato per calmare suo figlio, ma niente sembrava scuoterlo.
Alla fine, dopo 37 lunghissimi minuti di parole dolce, di rassicurazioni e promesse che non avevano avuto nessun effetto, fece l’unica cosa che gli veniva in mente di fare. Prese il telecomando e accese la tv sul primo canale musicale che trovò, rimpiangendo i bei tempi di VIVA in chiaro, e scarabocchiò un rapido messaggio prima di uscire, lasciando la serratura sbloccata dietro di sé.
***
La mano sulla spalla lo fece sussultare. Uscito dall’albergo, non era andato lontano. Si era seduto sulla spiaggia appena fuori.
Non aveva abbandonato Ermal, aveva solo pensato che la sua presenza lo stava agitando più che calmarlo, e che forse le cose sarebbero migliorate se avesse realizzato di essere solo, che nessuno era lì per fargli del male.
Era seduto lì da 18 minuti ormai, ma resistette, per la diciottesima volta dopo aver dato un occhio all’orologio sul telefono, all’impulso di entrare.
Alzò gli occhi solo per vedere quel sorriso triste che era il marchio di fabbrica del più giovane.
“Ehi" gli sorrise.
Ermal gli porse la giacca.
“Hai dimenticato questa… starai gelando"
“Non si sta male nemmeno così" negò sopprimendo un brivido, affrettandosi tuttavia a indossarla.
“Sei un pessimo bugiardo” Ermal si sedette accanto a lui, non così vicino da toccarlo, ma nemmeno troppo lontano, quella distanza che diceva: mi fido di te abbastanza, ma mantengo i miei spazi. A Fabrizio non importava, perchè Ermal era lì, e non più una palla tremante sul letto.
Rimasero entrambi in silenzio per un po’, con il solo suono della risacca a far loro da sottofondo, il ritmico e costante rumore delle onde che si infrangevano contro gli scogli l’unico rumore a rompere la notte.
Ormai il cielo iniziava a schiarire, e a breve l’alba avrebbe dato inizio a una nuova giornata dell’inverno ligure, mai veramente troppo freddo.
“Va meglio?” Fabrizio dopo un po’ non riuscì più a trattenere la domanda.
Ermal si limitò ad annuire, con quel suo solito atteggiamento timido, che toglieva dal suo volto gran parte dei suoi 36 anni che non dimostrava affatto.
“Mi dispiace” disse alla fine.
“E per cosa? Hai avuto un incubo, succede” Fabrizio cercava di minimizzare.
“Perchè?”
“Perchè cosa?” doveva ammettere che l’improvvisa richiesta l’aveva preso completamente alla sprovvista.
“Non hai cercato di scuotermi, di riportarmi indietro. Mi hai lasciato solo” Fabrizio non ebbe tempo di sentirsi una merda totale, perchè immediatamente Ermal corresse il tiro “Voglio dire… in senso buono. Non nel senso che mi hai abbandonato… o cosa. Cioè… sì…”
“Ho capito, ho capito. Non incartarti” lo interruppe con un involontario sorriso che si rispecchiò in quello di Ermal. “Non sapevo cosa fare” spiegò poi “Ho solo pensato che se ti avessi lasciato da solo, forse avresti capito di non essere in pericolo, e ti saresti calmato. Come mi muovevo peggioravo le cose… a un certo punto mi sono anche chiesto dove avessi lasciato le ossa tanto eri appallottolato”
Niente. Doveva infilarci una qualche cazzata per alleggerire l’atmosfera. Lo sbuffo di Ermal era a metà tra una risata e un qualcos’altro di non ben definibile: un singhiozzo? Un sospiro?
“Scherzi a parte. Dimmi come posso aiutarti e lo farò”
Ermal in risposta abbassò lo sguardo, nascondendo il volto nelle ginocchia raccolte contro il petto.
Fabrizio allungò piano la mano, posandogliela delicatamente sulla nuca e scompigliandogli i capelli dolcemente.
“Nessuno ti farà più del male. Te lo prometto", gli sussurró attirandolo a sè in un abbraccio fraterno.
Si sentì quasi onorato quando il corpo dell’altro non ebbe altra reazione se non quella di restare rilassato appoggiato al suo petto, come se fosse naturale, come se si conoscessero da anni.
“E ricordatelo sempre. Quel bastardo non ti ha fatto niente.”