Actions

Work Header

Rating:
Archive Warnings:
Categories:
Fandom:
Relationships:
Characters:
Additional Tags:
Language:
Italiano
Stats:
Published:
2026-02-14
Updated:
2026-05-03
Words:
19,539
Chapters:
7/?
Comments:
17
Kudos:
13
Bookmarks:
2
Hits:
416

Atelophobia

Summary:

La forma della mia anima…
…un cazzo di ragno bianco e rosa.

«Tu sì veru nu arruso, Antoniu».

Notes:

(See the end of the work for notes.)

Chapter 1: I primi sette giorni

Chapter Text

TW: violenza, dismorfismo, non-con, omofobia, uso di droghe, uso di alcol, Angel being Angel.

 

 

Capitolo 1

I primi sette giorni

 

Sapienza

 

Il primo giorno non aveva capito di non essere più. Si era trascinato in giro, in una metropoli fin troppo simile a New York perché potesse notare le differenze, a parte il fatto che era rossa – schifosamente rossa –, che anche il cielo era rosso, e che occhi rossi spuntavano dai muri.

Ah, sì. E che le strade erano piene di mostri. Ma alla fine, anche loro non erano così dissimili da quelli che vedeva passeggiare per le strade di Lower Manhattan, quindi non vi diede peso. Diede, invece, molta attenzione al fatto che l’euforia dell’ultima sniffata – pessima polvere, annaffiata da pessimo alcol, dopo aver preso un pessimo cazzo in culo – stava scemando, e che uno di quei mostri – uno strano incrocio tra un essere umano e un tapiro con troppi occhi, non molto ben dislocati – teneva in… zampa?, mano?, non ci stava capendo più un cazzo.

Insomma, aveva quella che sembrava una bustina con della coca. E lo stava guardando. E se una cosa Anthony l’aveva imparata nel corso della sua vita era riconoscere le tipologie di sguardo che gli venivano rivolte, di solito, solo tre: omicida, disapprovante, lascivo.

Quello del tapiro apparteneva decisamente alla terza categoria. Assecondare il sogno – perché quella New York rossa popolata da mostri poteva essere solo un sogno, no? – non gli parve un’idea tanto malvagia, al massimo un po’ perversa. Aveva così sorriso, ancheggiato un po’ verso il suo nuovo amico, si era appoggiato una (due?) mano sul fianco spostandolo un po’ di lato, e quando era stato ben sicuro che il tapiro lo avesse squadrato con cupidigia con tutti i suoi molteplici paia di occhi, aveva detto: «Dolcezza, ti va di passare un po’ di tempo assieme».

«Cazzo, sì! Ma…», il tapiro lo aveva squadrato ancora, tra ansia e desiderio. «Che cosa vuoi in cambio?»

Uno che andava al sodo, meglio così. Anthony si era avvicinato, gli aveva sistemato il colletto della camicia stretto sul collo tozzo – cazzo era davvero basso quel tipo – e aveva sfiorato la pelle rugosa con le labbra.

«Un po’ di quella», aveva indicato la bustina, mentre slacciava il bottone dei pantaloni. Riuscire nelle due cose in contemporanea era di certo potere del sogno. «E il tuo cazzo».

 

Da quel primo giorno all’Inferno, Anthony imparò che questo non era così diverso dalla Terra, che il sesso è sempre la miglior moneta di scambio, e che i tapiri hanno il cazzo molto lungo e molto mobile, soprattutto quando devono cercare il buco dove infilarsi.

 

Intelletto

 

Il secondo giorno, aveva compreso che quella non era Lower Manhattan, che quella non era New York e che, decisamente, quelli non erano gli Stati Uniti. Agì nel modo più sensato che il cervello – fin troppo lucido per i suoi gusti, perché il tapirone era stato generoso in ogni senso possibile, ma tutte le cose belle prima o poi finiscono – gli suggerì: prese un mattone, spaccò la vetrina di un negozio d’armi – in quello assomigliava parecchio a casa sua, armi ovunque e di facile reperibilità – e si sparò un colpo dritto in gola. Il proiettile aveva attraversato il cervello e per un po’ tutto si era spento. Bene così.

 

Consiglio

 

Il terzo giorno lo aveva trascorso a rigenerarsi. Fu una bella giornata.

 

Fortezza

 

Il quarto giorno aveva riaperto gli occhi su un cielo rosso, su una città rossa e su un mondo popolato di mostri. E nonostante il suo ardente desiderio di credere di sognare, non poteva più negare che quella fosse la realtà, e che aveva immediato bisogno di una dose.

Non se la sentiva di succhiare altri cazzi strani, non era ancora così interessato ad approfondire le sue competenze zoologiche, così optò per la seconda cosa che sapeva fare meglio.

Raccolse la pistola con cui si era sparato, la canna era fredda, doveva essere passato abbastanza tempo, cercò il primo mostro dal cazzo strano in possesso di coca – la scelta cadde su un nervoso chihuahua dal muso orribilmente imbiancato che continuò a tremare anche dopo aver ricevuto un proiettile in pieno cranio –, e per tutta la durata dell'incantesimo della polvere magica, Anthony si divertì a esplorare quel nuovo mondo.

Si infilò tra i vicoli più stretti, osservò quelle architetture strampalate e pericolanti, tenute in piedi da cemento e speranza, provò perfino, ridacchiando divertito, a infilare un dito in uno degli occhi giganti intersecati tra i mattoni, solo per ritrarlo disgustato al contatto con la consistenza gelatinosa del bulbo. L’occhio gli lanciò uno sguardo irritato – o almeno Anthony pensò che lo fosse – e lui si allontanò a grandi falcate. A lunghissime falcate, ora che ci faceva caso. La città era immensa, ma normalmente non avrebbe impiegato solo quattro passi ad attraversare una strada, soprattutto un’ampia strada.

Fu allora che ebbe una folgorazione. Un formicolio strano, peggio di un colpo di pistola nel cranio. Si portò una mano (quale?) dietro la nuca, alla ricerca del foro del proiettile che si era fatto il giorno (giorni?) prima. Le dita si spinsero con decisione sul cranio perfettamente intatto, affondando in una lanugine morbida e folta, della consistenza più soffice che avrebbe mai potuto concepire. Avevano poi raggiunto la sommità del capo. Stessa morbidezza, più lunga, ma ugualmente soffice. Diversa – diversissima – da quella dei suoi capelli, secchi e sciupati dall’uso delle droghe e della brillantina.

Sembrava… peluria. Peluria animale. Tremò, e non per l’astinenza, sebbene la coca fosse scesa di colpo. Continuò a tenere lo sguardo fisso, senza il coraggio di abbassarlo. Di guardarsi. Doveva sembrare un coglione in quel momento, fermo in mezzo alla strada ad accarezzarsi la testa, perché uno dei mostri si era fermato a osservarlo, un sorriso – si poteva definire “sorriso”? – imbarazzato sul volto equino.

«Cazzo guardi, stronzo?» alzò il dito medio della mano libera. Delle mani libere. Tre diti medi, Anthony li percepì chiaramente. Una mano sulla testa, tre a insultare un passante. Non era mai stato un genio della matematica, ma ancora le addizioni le sapeva fare e, da che mondo è mondo, tre più uno ha sempre fatto quattro.

Quattro mani. Quattro braccia.

Peluria strana.

Nessuno che sembrava sconvolto dalla sua presenza.

Non ci sono umani in giro, realizzò.

Cominciò a tremare. Abbassò le braccia – tutte e quattro le braccia – e se le passò sul corpo. Non aveva il coraggio di guardare in basso, di guardare il suo corpo. Non che prima avesse avuto piacere nell’osservarsi allo specchio, soprattutto dopo il fattaccio, quando passava giorni senza mangiare, tenuto in piedi dalla coca. Una striscia in più. Una costola più in evidenza. Ma ora era diverso.

Era tutto diverso.

Le dita – le venti dita – scivolarono su peluria soffice e vellutata. Sul petto era più voluminosa, si assottigliava via via che scendeva lungo i fianchi. Si costrinse a chinarsi, per terminare quell’insolita esplorazione. Gli occhi intravidero due paia di artigli rosa che spuntavano tra ciuffi di pelo bianco e fitto. Spiccò un salto – più in alto di quanto credesse possibile – quando realizzò che quelli erano i suoi piedi.

 

Il quarto giorno si concluse in una pozza di vomito acido e in un pianto disperato. Gli uomini non piangono, gli diceva suo padre. Ma adesso che non era più un uomo poteva piangere, sì?

 

Scienza

 

Il quinto giorno erano decisamente troppe ore che non sniffava. Si trovò a fare un pompino a uno squalo antropomorfo vestito come suo padre, che ci tenne particolarmente a spiegargli che i suoi due peni non funzionavano in contemporanea. Ad Anthony non gliene poteva fregare un cazzo, letteralmente. Si finse interessato quel tanto che bastava da fargliene venire duro uno e se lo infilò in gola. A quanto pareva neanche quello funzionava così bene, o forse lui era troppo bravo perché durò meno di un minuto.

Ci guadagnò un sacchetto di coca, una canna, la bocca graffiata dalla pelle abrasiva dello squalo e un biglietto da visita con un indirizzo.

«Passa qui, se ne vuoi ancora», lo squalo gli aveva regalato un sorriso entusiasta. A quanto pareva “sorridere con tutti i denti” lì non era solo un modo di dire, perché espose ben tre file di denti acuminati in maniera ammiccante. Anthony osservò il biglietto. Accanto al logo, due strane corna sopra il simbolo del dollaro, di un verde brillante, c’era il nome di un locale: The last chance. Poetico.

«Verrai, vero?»

Insistente. Si sforzò di sorridere.

«Certo, dolcezza», celiò. Non aveva pantaloni o tasche dove infilare il biglietto, quindi si limitò a trattenerlo in una delle mani secondarie. Erano utili, dopotutto.

«C’è sempre bisogno di persone con le tue abilità lì», continuò lo squalo. Cazzo, proprio il chiacchierone doveva beccare? Si portò lo spinello alla bocca, senza dargli il tempo di chiedere, lo squalo tirò fuori uno zippo e gliel’accese. Se non altro era davvero un gentilpesce, anche se aveva gusti di merda. Chi cazzo si sarebbe scopato un mostro?

Un altro disperato come me, si disse. Tirò, la testa si fece più leggera. Il suo amico era stato particolarmente generoso, quella era roba di qualità. La cosa lo bendispose e si chinò a lasciare un bacio sulla fronte dello squalo.

«Siete a corto di succhiacazzi, per caso?», ridacchiò.

«No, è facile trovarne, ma non ce ne sono di belli come te».

Anthony scoppiò a ridere, senza riuscire a trattenersi. Rise al punto da avere le lacrime agli occhi, e si stupì nel sentirle scendere da più punti. Certo, doveva prendere in considerazione il fatto che se aveva più braccia, avrebbe potuto avere anche più occhi.

«Non pigliarmi per il culo», sbottò, quando lo stomaco gli fece troppo male per il ridere e, forse, per la fame. Erano giorni che non toccava cibo. Si mangiava lì? Lo squalo aveva un’espressione mortificata, ridicola sotto il fedora.

«No, ma dico: ti sei visto?»

«Tesoro, ho bisogno di questa roba proprio per riuscire a guardarmi», perché cazzo glielo avesse detto non riuscì a spiegarselo. Diede un altro tiro.

«Ah, ora capisco!», lo squalo si illuminò. «Sei un nuovo arrivato!»

«Nuovo?»

«Sì, devi essere morto da poco, vero? Il primo problema di voi dannati è capire come siete fatti, pensate subito a quello…»

Morto…?

«…ecco perché giri nudo. E io che pensavo che fossi un esibizionista, invece…»

Morto?

«…non che sia un problema, cioè… ti è andata bene, sei la cosa più sexy capitata all’Inferno da non si sa quanto…»

Morto? Inferno?

«Frena la lingua, dolcezza», Anthony gli posò un dito sulla bocca. Un dito acuminato, ricoperto di una corta peluria bianca e rosa. «E ricomincia da capo. Possibilmente davanti a dell’alcol, se c’è dell’alcol in questo posto di merda».

 

Il quinto giorno, Anthony scoprì che lo squalo non solo si vestiva come suo padre, ma si chiamava John come suo fratello. Venne anche a sapere che era morto, che quello era l’Inferno, e che il corpo informe che si ritrovava era la forma della propria anima. Che per quanto potesse provare a spararsi si sarebbe sempre rigenerato, a meno di non essere colpito da acciaio angelico – «Ma sai», aveva detto John, «praticamente è impossibile da trovare. Non girano molti angeli da queste parti» – e che lo squalo era un hellborn, in pratica un nativo.

Non trovò la forza di guardarsi allo specchio, ma in compenso trovò quella per ubriacarsi e verificare di persona se i peni di John funzionassero entrambi a momenti alterni. Funzionavano.

 

Pietà

 

Il sesto giorno si era risvegliato con la testa pesante, un sapore acido in bocca e il bruciore di chi ha passato una notte fin troppo passionale senza preoccuparsi di usare il lubrificante. O almeno un po’ d’olio, sempre che all’Inferno ci fosse.

Aveva lasciato il letto cigolante, lo squalo – John, si era costretto a ricordare – che russava in maniera fin troppo umana, e aveva barcollato verso quello che sembrava un bagno. Il water era stato così gentile da ospitare gli ultimi residui d’alcol, una dose abbondante di urina e probabilmente anche la sua anima.

Ah no, quella no. Non aveva più un’anima da rigurgitare nel cesso. Lui adesso era la sua anima. Ed era perfino divertente che continuasse a sentire tutte quelle schifezze del suo corpo, come il bisogno di mangiare, di dormire, di pisciare, di vomitare, di farsi…

Anche il dolore era ben presente. Non era cambiato un cazzo, alla fine. Se non che aveva quattro braccia, degli schifosi artigli rosa su delle zampe di animale che non sapeva neanche quale fosse, e della peluria su tutto il corpo.

E delle tette. O meglio, della lanugine talmente folta e spessa sul petto da far sembrare che avesse delle tette, come gli aveva fatto notare John la sera prima, tra una palpata avida e l’altra.

Si lasciò cadere sul pavimento del bagno, la frescura del muro dette un po’ di sollievo alla schiena dolorante, e si passò una mano tra i capelli-non-capelli.

Lo specchio sopra il lavandino lo attendeva, una ghigliottina lurida e macchiata.

La forma della mia anima…

Quei mostri per le strade non erano mostri. Erano stati persone. Umani.

Come lui.

«Staii ancora lamintannu comu na picciridda, Antoniu?»

La voce di suo padre gli rimbombò in testa. Se la strinse tra le mani, tra tutte e quattro.

«Pensu ca Giovanni è l'unicu figghiu ca haiu».

Molly. Molly era l’unica femmina tra loro. Molly che era così dolce. Molly che gli tamponava la schiena con il disinfettante. Molly che lo abbracciava quando piangeva, perché era sempre lui a piangere. Lei non lo faceva mai.

Molly che sapeva, che aveva sempre saputo, e non aveva detto niente. Neanche quando Enrico gli aveva chiesto davanti a tutta la famiglia se avesse «nu figghiu arruso».

Neanche quando lo aveva sorpreso con Francesco. Nudi, nel letto. Zitta, aveva sorriso e richiuso la porta. In silenzio.

«Ehi bellezza sei in bagno? Tutto a posto?»

«Tony sei in bagno? Tutto a posto?»

«Sì… arrivo».

«Sì Molly… arrivo».

Si costrinse ad alzarsi, a guardare nel farlo quelle gambe esageratamente lunghe e deformi che si ritrovava.

La forma della mia anima…

Andò allo specchio. Lo sguardo basso. Chiuse gli occhi, alzò la testa. Li aprì.

 

Il sesto giorno Anthony lo trascorse chiuso nella camera di John a rigenerare le parti del corpo che aveva cercato di strapparsi. I sei occhi in più. Le braccia di troppo. Il pelo bianco e rosa con quello strano motivo a cuore che gli circondava il petto. I denti affilati come rasoi. Quei piedi che non erano piedi…

La forma della mia anima…

…un cazzo di ragno bianco e rosa.

«Tu sì veru nu arruso, Antoniu».

 

Timore di Dio

 

Il settimo giorno, Anthony non fece come Dio.

Non si riposò, né rimase a osservare compiaciuto la sua creazione, soprattutto perché questa non era altro che un ammasso di lenzuola sporche di sangue e sperma.

D’altronde, Anthony non era Dio. Non era nemmeno un angelo, e chiaramente non era un beato visto che si trovava all’Inferno. Questo gli era abbastanza chiaro.

Invece, si alzò di buona lena, andò in bagno e si guardò bene allo specchio.

Un cazzo di ragno bianco e rosa.

Osservò attentamente prima il volto, cercando in quella forma l’aspetto di sé di cui serbava memoria. Non trovò niente di Anthony nello sconosciuto che ricambiava il suo sguardo ansioso. Forse qualcosa nella forma degli occhi magenta, molto più grandi dei suoi “umani” che erano – quello lo ricordava bene – di un marrone così intenso da sembrare neri, e nelle ciglia ugualmente folte. Era rimasto longilineo, sottile. Neanche da vivo aveva mai avuto il fisico piazzato e mascolino di Enrico. La legge dell’ereditarietà aveva dato precedenza ai geni di Margherita, il cui padre, che Anthony non aveva mai conosciuto, era alto e allampanato come lui.

«Tu siti tutti to nannu, àutu e beddu comu a iddu».

Alto e bello, certo mamà. Se mai avesse incontrato un altro ragno alto più di due metri sarebbe andato a dirgliene quattro sui geni che gli aveva passato. Forse le spalle erano ancora le sue. Se quelle delle braccia principali o delle paia secondarie – il giorno prima, nel tentativo di strapparsele, aveva scoperto che di braccia ne aveva ben sei, di cui due retrattili, e che era molto doloroso farle apparire a casaccio – non avrebbe saputo dirlo. Forse di tutte. Riconobbe la forma della vita, stretta, i fianchi completamente assenti.

Di sicuro non aveva avuto un cuore rosa sul petto, anche se la striscia che arrivava al pube era molto simile ai peli che aveva avuto in vita. E quelle macchie rosa più piccole sulle spalle e sul sedere assomigliavano tanto alle sue lentiggini.

Si aggrappò a quei barlumi di somiglianza, a ciò in cui ritrovava sé stesso, e si riconobbe.

Alla fine, come aveva detto John, poteva andargli peggio. Da quel che aveva visto in giro, la sua forma non era così male. Dopo aver dormito riusciva a capire perché quello squalo gangster fin troppo servizievole lo trovava bello.

No, non bello: la cosa più sexy capitata all’Inferno da non si sa quanto.

Non era abituato a sentirsi dire che era bello. Sua madre non contava. Molly era bella, perché su di lei quei lineamenti delicati, quell’ossatura esile, stavano bene.

Giovanni era bello. Non era alto, ma aveva le spalle larghe, ben piazzato. Lineamenti duri, da maschio.

Suo padre era bello. La mascella squadrata, il fisico imponente. N’omu veru, lo definiva Margherita. Nu veru strunzu, pensava Anthony. E avevano ragione entrambi.

Lui non era bello. Era solo u figghiu arruso. Il frocio. Il finocchio. Quello effemminato.

Ma ora era la cosa più sexy capitata all’Inferno, anche se solo a detta di uno squalo che si vestiva come suo padre e si chiamava come suo fratello.

Si guardò ancora. Si toccò la lanugine sul petto. Era morbida, la cosa più morbida che avesse mai toccato. Sfiorò il cuore rosa, le lentiggini-non-lentiggini. Forse non gli stavano così antipatiche. A Molly sarebbero piaciute, sia quelle che il cuore. Soprattutto il cuore.

Molly…

Il pensiero della sorella fu uno schiaffo in pieno viso. Molly era morta prima di lui. Molly doveva aver passato tutto quello prima di lui. Molly…

…Molly era là fuori, da qualche parte.

E se c’era Molly, c’era anche…

«John!», uscì fuori dalla camera. Gli artigli delle zampe ticchettavano fastidiosi sul pavimento. Maledisse quell’udito sopraffino, soprattutto perché le orecchie non erano pervenute nella sua esplorazione. Forse i ragni sentivano in un altro modo. Dovevano anche annusare in un altro modo, perché l’odore pungente del dedalo di corridoi in cui si ritrovò cominciava a infastidirlo, ma anche il naso aveva deciso di non partecipare a quella sua non-vita. Svoltò un paio di volte, tra corridoi e porte tutte uguali, chiamando a gran voce lo squalo. Non sembrava essere da nessuna parte. Accelerò il passo. Il ticchettio si fece più deciso, più sicuro. I peli sul corpo vibravano e Anthony seguiva quella strana vibrazione come una bussola.

Si ritrovò davanti a una porta chiusa. Senza esitare, l’aprì.

«John!»

Un gruppo di squali di vario tipo sedeva attorno a un tavolo rotondo. Delle fiches e delle carte erano sparpagliate sul legno corroso da segni di taglio e usura. John era tra loro, scostò appena la sedia. I piccoli occhi neri saettavano imbarazzati da lui a un grosso squalo martello seduto su quello che sembrava il posto principale. Impugnava un sigaro acceso e l’odore fece storcere il naso ad Anthony più di quello di sangue e liquore di scarsa qualità che permeava l’ambiente.

Gli ricordava troppo quello di suo padre, e il signor squalo martello gli stette subito sul cazzo.

«Potevi… dovevi aspettarmi in camera…», si azzardò a dire John.

«E questo bocconcino? Volevi tenercelo nascosto, John?»

«Bellezza, vieni qui, fatti vedere bene!»

«Mazza che tette».

Non ci volle molto a fare due più due. Anthony ne aveva viste tante di situazioni simili: un branco di maschi infoiati che vedono arrivare la ragazza di turno e cominciano a fare a gara a chi sgrufola più forte. Solo che di solito era seduto al tavolo con loro, non era la ragazza. Quel disorientamento, gli impedì di reagire subito quando uno degli squali gli tirò una manata sul culo. Aveva tutti gli sguardi puntati addosso. Sguardi affamati, bramosi. L’esposizione lo fece ritrarre, i peli irti, in allarme.

«È la tua nuova puttana, John?», gracchiò lo squalo martello. La voce roca gli ferì le orecchie, ma aveva smesso di ascoltare nel momento in cui la porta si chiuse alle sue spalle. Udì un chiavistello scattare. La mano andò verso il fianco, per estrarre la pistola, e strinse il nulla.

Era disarmato. Era nudo. Ed era in mezzo a un branco di squali affamati.

«No… cioè…»

Lo squalo martello si alzò. Era alto, forse quanto lui. Sicuramente più massiccio.

«Lo sai che in famiglia si condivide, John».

«Lo sai che in famiglia ci si dice tutto, Anthony».

Accarezzò il calcio di un revolver e lo posò sul tavolo, vicino a un asso di picche rovesciato e a un due di picche macchiato di brandy. Anthony scattò in avanti per afferrarlo, ricevette un colpo allo stomaco che gli mozzò il respiro.

«E che non mi piace quando mi tieni nascoste le cose».

«E che non mi piace quando mi racconti stronzate».

John si ritrasse sulla sedia, si stava facendo sempre più piccolo. Anthony colse il movimento di sfuggita, lo sguardo offuscato. La stanza girava e le figure si allontanavano sempre di più dal suo campo visivo.

«È la quinta volta questo mese che porti una puttana a casa».

«È la seconda volta che sparisce della roba».

Qualcuno lo afferrò per le braccia. Tentò di dimenarsi. Se ne aggiunse un altro, a tenere ferme quelle inferiori.

«Lascialo stare!»

«Lasciala stare!»

Scalciò. Tirò fuori il terzo paio di braccia, sferrando colpi a vuoto. Il brontolio dello stomaco fu il promemoria della sua debolezza.

Erano sette giorni che non mangiava.

«Guarda, la puttana ti difende pure», uno scroscio di risate.

Non sono una puttana, disse Anthony, o lo pensò e basta, perché il suono gli morì sotto la stretta di una mano fin troppo voluminosa.

«Sai John, ho avuto pazienza, ma ora mi sono rotto il cazzo», il rumore meccanico del tamburo, l’odore della polvere da sparo, il profumo della morte. «E ora la tua troia ce la godiamo noi».

 

Il settimo giorno, Anthony apprese che l’Inferno era davvero uguale alla Terra, se non che lì non si facevano differenze di genere.

E che Molly doveva essere là fuori.

Assieme a suo padre.