Chapter Text
Per Kalego era finita un'altra giornata stressante a Balbys, che aveva trascorso tra le buffonate della classe dei disadattati, quelle dei suoi colleghi e quelle del preside. In più, aveva dovuto occuparsi anche di tutti i suoi altri doveri e delle mille carte burocratiche da compilare. Ma era comunque contento, perché era appena tornato a casa e perché era pur sempre venerdì sera: questo voleva dire che domani non avrebbe dovuto alzarsi troppo presto e che, quindi, come ormai succedeva da anni, la sera si sarebbe potuto godere del tempo di qualità con il suo migliore alleato, Shichiro, che presto sarebbe arrivato. Quindi decise di farsi una doccia veloce, mettersi in abiti confortevoli, mentre lasciava i capelli umidi e sciolti: non aveva bisogno di apparire perfetto davanti a Shichiro. Inoltre, sapeva che a Shichiro piaceva di più così, glielo aveva detto, e di certo Kalego non arrossì al solo ricordo di quelle parole fugaci dette per caso dal gargoyle, leggermente rosso in volto, che lo guardava con occhi vitrei a causa dell'alcol consumato proprio in una delle loro serate. Non capitava spesso che Shichiro bevesse così tanto, anzi era solitamente il contrario: era Kalego che alzava sempre di più il gomito, ma fu grato che quella volta fosse abbastanza sobrio per poter incidere nella sua memoria il ricordo vivido del suo alleato che gli mostrava chiaramente il suo volto arrossato, senza maschera, con i capelli platino spettinati, le pupille dilatate, gli occhi socchiusi, e che, mentre gli passava una delle sue enormi e calde mani fra i suoi ricci corvini, con voce roca e densa gli confidava di averlo sempre trovato più attraente coi capelli un po' più ribelli, proprio come li portava da adolescente, quando si erano conosciuti. Poi, mentre riviveva quello scenario nella sua testa, camminò per il lungo corridoio tetro e andò nel salotto arredato coi temi del viola, proprio come il resto della casa. Preparò delle luci soffuse e mise del buon vino rosso da accompagnare con qualche pasta fritta, salumi e formaggi di qualità sul tavolino in vetro, tinto di inchiostro viola scuro al suo interno, ai piedi del divano in tessuto del salotto. Faceva le cose quasi meccanicamente, lasciando che la propria testa divagasse sul pensiero di lui e Shichiro tra poco, proprio lì, su quel divano, finalmente senza alcun tipo di filtro: Kalego poteva diventare semplicemente Kalego, senza essere "il cane da guardia", senza essere "uno dei due professori col grado più alto della scuola", senza dover dimostrare niente a nessuno, solo se stesso. E così anche Shichiro non doveva indossare la maschera per non sembrare "spaventoso", non doveva nascondere le sue passioni per non sembrare "strano", non doveva sentire il peso di essere uno degli insegnanti col grado più alto della scuola, solo doveva essere Shichiro. Tutto qui. Che sensazione di leggerezza provava in quei momenti, che aria pulita respirava nel piccolo mondo che si erano costruiti inconsapevolmente, che bella sensazione era. Sentiva quasi di svolazzare, proprio come stava sentendo svolazzargli qualcosa nello stomaco. Non capiva cosa fosse (o meglio dire, non riusciva ad accettare che fosse quello che pensava). Era da anni, dal suo primo anno di liceo, che provava questa strana sensazione di solletico allo stomaco al sol pensiero di Shichiro e nient’altro. Tuttavia, non ne capiva (o meglio, non riusciva ad accettare) la motivazione vera e propria del perché il suo alleato dovesse scatenare nel suo ventre come mille farfalle che, agitate dal vento, svolazzano di qua e di là. Anche Opera era suo alleato (beh, più o meno), ma per lui non provava le stesse sensazioni... Dei colpetti leggeri dal lato opposto della porta di legno, scura come il cioccolato fondente, accanto al divano, interruppero il suo divagare e una voce altrettanto leggera lo chiamò soavemente, facendo arrivare immediatamente Kalego alla porta. Con un giro di chiave, l’aprì subito, rivelando il gargoyle tanto atteso che sorrise ampiamente sotto la maschera appena vide Kalego. Così si poteva notare dall’increspatura dei suoi occhi blu cielo, diventati più lucidi e vivaci, trapuntati di stelle luminose non appena la porta gli fu aperta e poté far specchiare le sue stelle nell’oceano contenuto negli occhi di Kalego, facendoli a loro volta brillare. Dopo averlo salutato gioiosamente, gli porse un cesto particolarmente curato, con uno sfondo bianco dove vi erano dipinti, con un verde tenue, dei ramoscelli di edera armoniosamente intrecciati tra loro, nello spazio dove al centro si sviluppava in oro una scritta con il nome di quella che probabilmente era una pasticceria, che, seppur Kalego non avesse mai sentito nominare, doveva ammettere che gli dava una buona impressione. Così accettò la scatola, prendendola dalle mani di Shichiro, dove sembrava davvero piccola, e portandola tra le sue, dove sembrava davvero grande, al frigo, mentre Shichiro chiudeva la porta dietro di sé e si sfilava la maschera dimenticandola in un angolo. Sapeva che non ne aveva bisogno e che Kalego sarebbe stato molto più frustrato se se la fosse tenuta; lo sapeva perché lo stesso Kalego, solo un po’ più basso, più secco e con più brufoli che rughe, glielo aveva ammesso una sera nella loro stanza nel dormitorio maschile della scuola, prima che andassero a dormire. E anche dopo anni Shichiro può ancora sentire la giovane voce del suo, ai tempi, coinquilino che, fingendosi sgarbato, gli aveva sottilmente ammesso che apprezzava molto vedere il suo volto per intero e che odiava quella “dannata” maschera che “oscurava la sua bellezza”, parole testuali di un Kalego assonnato ed esausto dallo studio. In realtà, Kalego non glielo aveva più ripetuto, ma sapeva che intendeva davvero quelle parole. Lo conosceva abbastanza da sapere che non era uno che diceva cose a caso, per cortesia o per accontentare. Dopo averla dimenticata in un angolo, si mise comodo sul divano mentre guardava Kalego nella cucina open space, di spalle, dandogli la vista beata della sua esile ed elegante schiena, messa in risalto dal setoso dolcevita bordeaux che aveva scelto e che, nonostante fosse un po’ fuori dalla sua palette di colori, gli stava comunque bene. Il corvino stava armeggiando per mettere la scatola di dolci nel frigo, e Shichiro si rilassò a quella visione così familiare, che lo faceva sentire in pace, a casa… Chiuse gli occhi e si lasciò coccolare dal profumo di lavanda che aleggiava fresco per tutta la casa, così come in realtà aleggiava nello stesso Kalego, così intensamente che era inevitabile che gli rimanesse nei vestiti anche solo quando lo abbracciava. Be’, non che se ne lamentasse, anzi, pensava che si abbinasse bene alla sua colonia tendente alla vaniglia. E certo, era solo perché si abbinavano bene le due fragranze che Shichiro, ogni volta che tornava a casa, annusava la maglietta con cui, con una scusa o l’altra, aveva abbracciato Kalego, cercando di mascherare il fatto che gli piacesse, in realtà, pensare a come gli sarebbe rimasta addosso anche a Kalego la loro unione… se fosse stata più profonda. Gettò la testa all’indietro appoggiandola allo schienale e lasciandosi sfuggire un lungo sospiro di sollievo, mentre allungava le braccia lungo il bordo del morbido divano e rilassava le larghe spalle, gonfiando il petto per un altro sospiro, mentre lasciava le gambe lunghe e possenti divaricarsi, abbandonandosi alla fragranza delicata. Kalego si voltò dal frigo verso di lui per andare verso il salottino. La vista di Shichiro in quelle condizioni… era così invitante, così seducente. Era come se lo stesse invitando tra i suoi feroci artigli rilassati e che gli stesse permettendo , con la testa gettata indietro in quel modo, di mordergli il collo pallido, di ficcare le zanne proprio lì, sul suo pomo d’Adamo, dove tutti avrebbero potuto vedere il segno violaceo che avrebbe lasciato e che sarebbe stato risaltato dalla carnagione chiara di Shichiro; i capelli argentati, che finalmente erano ricresciuti, casualmente sparsi sulle ampie spalle, cadevano armoniosi — come fossero dipinti dallo stesso designer della scatola di dolci — sull’enorme busto del gargoyle, che faceva sembrare Kalego più piccolo di quanto fosse in realtà, al suo fianco. Gli si stava seccando la gola e dovette deglutire pesantemente, per poi tossire per finta e ricomporsi, rimproverandosi di aver potuto approfittare della vista del suo alleato, che semplicemente si stava rilassando, per divagare su altre cose che non avrebbe mai dovuto pensare. Se Shichiro lo fosse venuto a sapere, ne sarebbe certamente disgustato… Si avvicinò al divano cercando di sembrare disinvolto mentre si sedeva e iniziava a versare il vino nei calici splendenti, sperando così di mandare giù quei torbidi pensieri. Porgendo prima il calice a Shichiro, che nel frattempo aveva alzato la testa, fecero insieme il primo sorso; così fecero suonare i calici fra loro prima di portarseli alla bocca e ingoiarne una grande boccata, poi li posarono sul piccolo tavolino lì di fronte, facendo tutto come se fossero uno lo specchio dell'altro. Kalego, notando quanto sembrasse rilassato ora il suo alleato, iniziò a pensare che avesse avuto una giornata difficile come lui e che magari avesse bisogno di parlarne. Così, col suo solito tono grave, chiese: «Giornata pesante, Shichi?» Shichiro annuì. «Sì, è stata una settimana piuttosto brutale… Ma ehy, sono vivo, e sono sicuro che comunque c’è chi sta messo peggio di me, vero Kalego-kun? Tu come va col lavoro? Ti vedo sempre chino sulla scrivania, sommerso dai compiti e documenti vari… Ultimamente non abbiamo neanche avuto tempo di passare la pausa pranzo insieme…» disse Shichiro, guardando Kalego con un’aria sinceramente preoccupata. Kalego si limitò a rilassarsi anche lui, sistemandosi meglio sul divano: abbandonò le spalle sullo schienale, accavallò le gambe snelle che, a loro insaputa, avevano sempre agitato Shichiro — che nel suo animo si rimproverava di trovarle così invitanti — e infine pose la testa sul bicipite destro di Shichiro, ancora disteso lungo lo schienale del divano. Poi, dopo un attimo di silenzio, Kalego rispose riprendendo il vino tra le sue lunghe dita delicate e osservandolo mentre lo faceva girare nel calice: «Hmm, sì, è stata davvero stressante anche per me questa settimana… e sì, come al solito, il preside ha deciso di farmi sudare più degli altri e di farmi spaccare la schiena e gli occhi su quelle carte rognose che dovrebbe fare lui o Opera…» Poi prese un altro sorso. «Ahh, lasciamo perdere…» Shichiro lo guardò dall’alto con uno sguardo a dir poco dispiaciuto. «Kalego, c’è qualcosa che posso fare per aiutare?» disse con un velo di preoccupazione, mentre con la mano del braccio dove Kalego si era accomodato iniziò ad accarezzargli i capelli in modo rilassante. «No, Shichiro… sono tutti doveri da “cane da guardia” e di tutte le altre etichette che mi addossano… grazie» disse bevendo un altro sorso. «Sicuro? Magari anche in modo indiretto… Hai bisogno di qualcosa… hmm, non so… di tè rilassanti o magari qualche soluzione per gli occhi, o qualcosa per scaricare la tensione dalla schiena?» disse Shichiro, ancora preoccupato, mentre pensieroso si passava la mano sul mento. «Se proprio insisti, un massaggio alle spalle, Shichiro… sai che non lo rifiuterei mai» disse Kalego con un filo di sollievo e un sorrisetto già soddisfatto al sol pensiero. Shichiro sembrò sollevato a sua volta, contento di poterlo aiutare, e mentre prendeva alcune delle delizie sul tavolo gli annuì felicemente: «Perfetto, allora poi te lo faccio.» In realtà, in quel frangente, entrambi stavano prendendo in giro loro stessi: infatti Kalego desiderava avere le spalle un po’ più sciolte, ma ciò che veramente lo sollevava era il pensiero della sensazione di Shichiro che lo sovrasta e tocca la sua pelle nuda con quelle mani potenti, da cui si sarebbe lasciato toccare ovunque. Tuttavia, non lo avrebbe mai ammesso a nessuno, neanche a se stesso. Shichiro, da parte sua, era contento di poter fare qualcosa per Kalego, ma non vedeva l’ora di vederlo sotto di lui, mentre gemeva di sollievo a causa delle sue azioni, che lo lasciava libero di toccarlo dove voleva, completamente alla sua mercé. Ma non avrebbe mai accettato di dirlo ad alta voce, si vergognava di sé per questo, ma non poteva farci niente: la sua mente vagava su quelle immagini prima ancora che lui se ne accorgesse per interromperle. Si ripetevano da anni (sì, perché Kalego è sempre stato curvo sulla scrivania da quando era un cucciolo, e perciò fin da pulcino era compito di Shichiro sciogliere i suoi nodi alla schiena) che era tutto in amicizia, che il loro non poteva che essere un rapporto platonico, l’altro non lo avrebbe mai inteso in modo differente. Bevettero e mangiarono insieme parlando del più e del meno, mentre Kalego, pian piano, come la lancetta lunga dell'orologio fa avvicinandosi all'ora successiva, si avvicinava sempre di più a Shichiro, finché (come sempre ormai a quel punto della serata) si ritrovò appoggiato al suo fianco, la testa in corrispondenza del suo petto, dove il cuore di Shichiro si attava per sciogliere, e tutto il peso scaricato sul gargoyle che non si lamentava, ma anzi fece scendere il braccio dallo schienale per avvolgerglielo saldamente intorno alle spalle in una presa sicura e amorevole, che non fece altro che calmarlo ancora di più. Mentre finivano di ridere, Shichiro iniziò con una mano a tastare il muscolo tra la spalla e il collo di Kalego, che a quel punto emise un leggero grugnito. «Hmm~ sì, Shichi, mi serve lì.» Shichiro sorrise, contento di aver centrato il punto giusto, e non perse tempo. «Bene, Kalego-kun, sdraiati. Vado a prendere dell’olio», ordinò, alzandosi dal divano insieme a Kalego, che andò nella sua camera. Lui entrò nel bagno marmoreo a cercare nell'armadietto in legno pregiato, posizionato accanto al lungo specchio che se ne stava lì, liscio e puro da ogni sporcizia, come se ogni sera non specchiasse, a lume di candela, Kalego appena uscito dalla doccia — nudo e bagnato da capo a piedi — che proprio lì, su quel tappetino morbido, a piedi nudi si asciugava davanti a lui. Poi, dallo stesso scaffale, tirava fuori l’olio alla lavanda, che metteva sempre dopo il bagno per passarselo con le sue mani delicate su tutto il corpo ; e ancora lì, davanti a lui, nudo e pregno dell’olio che gli faceva risaltare i lunghi muscoli, si pettinava i capelli applicandogli qualche altro prodotto per tenerli setosi come sempre. Poi, ancora privo di vestiti, si lavava i denti — bianchi come il marmo che lo circondava — guardandosi i canini aguzzi, segno fiero del nobile clan a cui apparteneva. Per alcuni istanti, Shichiro rimase davanti allo specchio, cercando di rubare i ricordi che lo specchio custodiva dentro le sue lastre riflettenti, e invidiando quelle lastre per aver avuto quel concesso divino di vedere Kalego in quel modo, al posto suo. «Shichi! Non trovi l’olio? Prendi quello alle mandorle, dovrebbe essere tra i primi», disse Kalego, già sdraiato a pancia in giù sul suo grande letto a baldacchino, ricordando a Shichiro che non era questo il momento adatto per invidiare uno specchio, ma che doveva invece aiutare il suo amico. «Va bene, va bene, lo ho visto», disse frettolosamente, afferrandolo subito e dirigendosi a passo svelto in camera.
