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Una preda mordace

Summary:

Hyoga confronta Milo su alcuni accadimenti della corsa alle 12 case.

Notes:

Una Milo/Hyoga per il COWT14
M2, prompt: Singolarità
6803 parole

Work Text:

“Mostrati, Milo dello Scorpione. Ho bisogno di parlare con te!”

Abbassa il pugno, stringe fra le mani il sacco rosso da pugilato per fermarne le oscillazioni. Quella voce.

La conosce bene.

Non pensava che l’avrebbe sentita risuonare ancora nel Santuario. Davanti all’entrata della sua Casa. Resta fermo per un attimo, cercando di capire cosa fare. Cercando di ricordarsi come si respira. Abbracciato al sacco tiepido, sotto il sole cocente della tarda mattinata.

Lui non fa mai le cose a metà.

“Milo! So che ci sei!”

Sospira e raccoglie l’asciugamano, abbandonato ai piedi della scala. Si asciuga la faccia salendo i gradini, se lo fa scivolare attorno al collo, sotto il peso madido dei capelli raccolti a coda di cavallo.

L’ombra della sua Casa gli acceca gli occhi e gli ghiaccia il sudore addosso, mentre l’attraversa per tutta la lunghezza. Rabbrividisce, allunga il passo. Si toglie dalla fronte la frangia umida, emergendo nel vestibolo.

“Milo!”

Non si sbagliava.

C’è Hyoga ai piedi della scalinata. Dritto nel sole. Non ha il suo Cloth addosso, solo un paio di braghe nere, strette, e una maglietta blu altrettanto aderente. Le maniche arrotolate scoprono le sue braccia muscolose, le sue labbra sono arricciate in una smorfia selvatica.

Eccolo.

Sogghigna suo malgrado.

Non si sarebbe mai aspettato che Hyoga venisse da lui, dritto nella tana del lupo. “Mi fa piacere vederti guarito, Hyoga del Cigno.”

“Hmph.” Hyoga aggrotta le sopracciglia e inizia a salire i gradini. Si prende il suo tempo, mani infilate nelle tasche. Il passo lento ed elastico del predatore.

Sorride e gli va incontro.

Gli è sempre piaciuto giocare.

Hyoga gli si ferma davanti, scrolla via dalla fronte tutti quei capelli biondi con uno scatto nervoso della testa. Si studiano, in piedi sullo stesso gradino.

“Come mai da queste parti?” Toglie l’asciugamano dal collo e si asciuga il sudore che gli imperla il torace nudo.

Hyoga non distoglie gli occhi dalla sua faccia, e se gli sguardi potessero bruciare lo avrebbe già ridotto a un mucchietto di ceneri fumanti.

“Mi devi delle spiegazioni, Milo.”

Sotto la sua facciata fredda arde il fuoco dell’inferno, che lo porterà alla perdizione. Essere dannato gli va bene, se il suo peccato è Hyoga.

“Se possoー“ Non ne è certo, lui ne sa quanto gli altri di tutta la storia di Saga.

“Sarà meglio che tu possa,” ringhia Hyoga puntandogli un dito sotto il naso. “E che tu sia parecchio convincente.”

Cos’è successo, nel frattempo, di cui Milo non ha avuto notizia? Eppure Shaina o Marin riportano notizie dal Giappone su base regolare, e lui vi presta attenzione. Gli piace seguire, anche se da lontano, i progressi dei Santi di bronzo. Specialmente di uno.

Si asciuga il torace con i lembi dell’asciugamano. “Oggi il caldo è infernale, vieni a discutere dentro.” indica con il pollice i recessi ombrosi della Casa dello Scorpione, invitanti alle sue spalle. “Qui fuori ti scioglierai, padrone del gelo.”

“Hmph.” Una gocciolina di sudore scivola lungo la tempia di Hyoga. “Andiamo pure. Non ti credevo così delicato, Santo dello Scorpione." Hyoga fa un cenno del mento verso l’entrata.

Lui si gira appena per non far vedere che sta sogghignando. La faccenda si fa interessante. Sale in silenzio i gradini, i passi di Hyoga risuonano si fianco a lui. Sospira quando entrano nell’ombra del colonnato.

“Meglio?” Gli appoggia una mano sulla spalla, Hyoga si piega sulle ginocchia per sottrarsi al suo tocco, le sue labbra si arricciano in una smorfia di fastidio.

Questa è nuova. Ha tenuto Hyoga fra le braccia due volte, e mai il Santo del Cigno è sembrato scontento della propria sistemazione. Aggrappato al suo sguardo per rimanere cosciente.

Dev’essere successo qualcosa nel frattempo.

I loro passi echeggiano fra le colonne massicce della Casa dello Scorpione.

“Vieni.” Si dirige verso le sue stanze. “Vuoi qualcosa da bere? Fa caldo oggi.”

Hyoga allunga un passo e gli si para davanti. “Voglio risposte.” Sopracciglia aggrottate, pugni stretti.

Gli va a sbattere contro. Si fa indietro, incurva le labbra in un sogghigno.
“Non le avrai se non poni le domande.”

Hyoga deve piegare la testa all’indietro per guardarlo negli occhi. Piccole soddisfazioni. Che durano poco, perché Hyoga deve ancora finire di crescere, mentre lui può solo piegarsi su sé stesso d’ora in poi.

“Tu!” Hyoga gli picchia un indice duro contro il torace. “Perché mi hai baciato, dopo avermi ridotto alla tua mercé durante la Guerra Santa?”

Ecco.

Il punto dolente.

“Perché sei bello?” Spara la prima cosa che gli viene in mente; anche se non è la verità, non è nemmeno una bugia.

Hyoga è molto bello davvero.

E lui non sa resistere alle tentazioni. La vita è troppo breve in fin dei conti.

I denti di Hyoga si scoprono in un ringhio da bestia feroce. Alza il pugno verso di lui. “Che risposta stupida è questa?”

“È la verità.” Si tira indietro d'istinto. Ha già provato i colpi del Santo del Cigno, ed è stato sufficiente. Poi lui viene in pace.

Hyoga no, e chiude la distanza che li separa con un passo. “Non mi basta. Non si approfitta dell’avversario inerme perché è bello.”

“Hey hey calma.” Alza le mani, indietreggia ancora che non si sa mai.

“Mi fai incazzare ancora di più,” sibila Hyoga e fa partire il pugno.

Inclina la testa all’indietro, se lo sente fischiare a millimetri dal naso.

Eh no, così no. Le sue dita scattano attorno al polso di Hyoga, che gli cade addosso, sbilanciato all’improvviso. Torce il braccio per liberarsi, ma lui ha una decina di centimetri e qualche anno di esperienza a suo favore.

Solo per questo riesce ad intercettare il sinistro che sta per arrivargli sotto alla mandibola.

Intrappolato, Hyoga si divincola digrignando i denti. I suoi occhi trasparenti mandano lampi.

“Ti plachi?” borbotta, stringendo la presa. Non troppo. Se volesse gli avrebbe già spezzato entrambi i polsi. Ma non vuole.

Lui vuole solo un altro bacio.

“Mi molli?” Hyoga si contorce ma non riesce a liberarsi dalla sua stretta.

“Solo se prometti di non colpirmi più.”

Sopracciglia bionde si aggrottano all’istante. È un no.

Era ovvio.

Gli viene da ridere mentre spinge Hyoga contro la colonna più vicina. Hyoga ci sbatte contro di schiena, tutta l’aria gli abbandona i polmoni in un verso di sorpresa. schiaccia le mani di Hyoga contro la superficie scannellata, lo intrappola fra il suo petto e la pietra. La faccia a centimetri dalla sua, si riempie le narici del suo odore caldo e sudato.

“Che fai?” Hyoga sbarra gli occhi. “Lasciami andare.”

“Eh no. Non mi fido." Gli offre il suo sogghigno migliore.

I polsi di Hyoga diventano luminosi e gelidi; gli bruciano le dita, deve toglierle di scatto. Il Santo gli preme le mani ghiacciate contro il petto per spingerlo indietro, arriccia in un sorrisetto presuntuoso quelle labbra così baciabili.

Quelle labbra che lui non può avere.

Ah sì?

“Restriction,” gli sussurra nell’orecchio, imprigionandolo in onde di energia rossastra.

Hyoga è troppo vicino per poter fermare il colpo. O forse non vuole. Il corpo di Hyoga si infiamma di arancione, si inarca contro la colonna, le sue labbra si socchiudono in un respiro lungo.

“Ah, Miloー” Hyoga gli spalanca addosso gli occhi.

“Dimmi?” Si avvicina di un passo, temendogli lo sguardo puntato addosso.

“Che. Che vuoi fare?” Hyoga resta immobile, addossato alla colonna, la faccia troppo vicina alla sua. La sua pelle abbronzata riluce nella semioscurità.

“Questo.” Si piega in avanti e appoggia le labbra su quelle di Hyoga. Morbide. Calde.

Ostinatamente chiuse.

“Nnh. Miloー” Hyoga cerca di tirarsi indietro senza successo, bloccato dal suo colpo e dalla colonna. È lui a farlo, incapace si resistere a quegli occhi di ghiaccio. Imploranti nei suoi.

“Perché mi hai baciato durante la guerra santa? E oraー”

“È complicato, Santo del Cigno.” Cerca di prendere tempo, non sa nemmeno lui cosa rispondere. Non sa quanto le sue risposte potrebbero piacere al ragazzo bloccato di fronte a lui.

“Usa parole brevi.” Hyoga ha la voce bassissima e lui è sicuro che non sia a causa di Restriction.

“Ero lì quando hai acquisito il settimo senso, Hyoga. Mi hai congelato il Cloth con un colpo solo, hai scommesso tutto per farlo. Sapevi che avresti perso anche se vincevi, eppure non ti sei tirato indietro.” Si ferma, non sa bene cosa stia dicendo, nemmeno dove andrà a parare. Sa solo che vuole tenere Camus fuori da tutta la storia.

Anche se è stato Camus a destinarli a questo. Ne è sicuro. Lasciando indietro una parte di sè prima di andarsene. L’ultimo regalo per lui. Racchiusa in questo ragazzo dagli occhi fieri, che ha così tanto del suo maestro, sebbene siano sempre stati così diversi.

Hyoga lo guarda a bocca aperta.

Lui gli sorride, Hyoga sembra all’improvviso troppo giovane. Esperto di battaglie ma impreparato alla vita, che riserva sfide molto diverse rispetto ad una guerra santa. “Stavi morendo dissanguato sul mio pavimento, volevo assaggiare un uomo così.”

“Tu sei pazzo.” Sottovoce, occhi spalancati.

Ridacchia. “Può essere, ma non cambia lo stato delle cose. “

“Cioè?”

“Che hai un buon sapore. E io ne voglio ancora.” La pura verità. Sebbene non inizi nemmeno a spiegare il problema grosso che ha con quel giovane Santo.

Insinua una mano sotto la sua maglietta stretta, gli accarezza la pancia mappando sotto i polpastrelli i contorni dei muscoli tesi. Pelle liscia e calda, poi il suo indice si inceppa su una minuscola infossatura; trasale, si blocca, gli tira su la maglietta con uno strattone.

Eccole.

Perché non ci aveva pensato?

“Cーche fai?” La voce di Hyoga trema.

Non risponde, ipnotizzato dalle cicatrici ancora rosee che segnano la pelle dorata del Santo del Cigno. Tre in fila, sul petto e poi altre, molte, a scendere, in una linea obliqua che gli taglia in due il torace, giù, giù, perdendosi sotto la cintura dei pantaloni neri.

Li sbottona e glielì abbassa.

“Milo?”

Non riesce a parlare; chiude gli occhi, li riapre. Le cicatrici sono ancora lì, brillanti nella penombra; il loro cammino si biforca lungo le cosce muscolose di Hyoga, e le sue ginocchia, fino agli stinchi. Interrotto solo dalla sottile striscia scura dei suoi slip.

“Tu! Chi accidenti sei tu?” sussurra senza fiato, incapace di distogliere lo sguardo dal marchio dello Scorpione, che segna tutto il corpo di Hyoga. “Non avrei mai creduto di vedere le cicatrici del mio colpo su qualcuno.”

“Miloー”

Alza la testa, e negli occhi di Hyoga c’è un’espressione che non sa decifrare.

Chissà se si rende conto fino in fondo di quel che è riuscito a portare a termine.

Forse è questa la ragione per cui è attratto da lui in modo così viscerale. Come se un residuo di energia corresse ancora lungo la direttrice delle stelle di Scorpio, incise a sangue nella carne di questo Santo intrappolato di fronte a lui. Come se quella costellazione che gli ha disegnato addosso mettesse le loro anime in risonanza. Portando Hyoga dritto nelle sue braccia.

Ancora e ancora. Questa non è la prima volta.

“Sono qui,” sussurra e si piega sul torace di Hyoga, segue con la punta dell’indice quel cammino spezzato, bacia una dopo l’altra le infossature rosee.

Il respiro di Hyoga diventa più veloce. “Ammiri la tua opera?”

Certo che no. Appoggia le mani sui fianchi di Hyoga, indugiando con la lingua nel circolo più profondo di Antares, e si inginocchia tra i piedi del Santo. “Ammiro la tua resistenza,” mormora contro la sua pancia.

“Milo, ioー”

“Tuー tu!” Fa correre le labbra giù lungo la coscia di Hyoga, fino al suo ginocchio, unendo uno dopo l’altro quei punti di dolore.

Conosce bene l’agonia dello Scarlet Needle, anche sul suo corpo è impresso a sangue il marchio dello Scorpione. Il suo maestro gli ha inflitto uno dopo l’altro quei colpi perché capisse cosa stava imparando veramente. Perché il loro ordine perfetto fosse impresso nella sua carne oltre che nella memoria. Ci ha messo un mese.

Una puntura ogni secondo giorno.

Antares l’ha fatto quasi impazzire dal dolore. Alla vista del suo stesso sangue che gli schizzava fuori dalla pancia in fiotti larghi.

Era di poco più giovane del Santo del Cigno.

Lui ci ha messo pochi minuti per disegnare addosso a Hyoga il tracciato indelebile della costellazione che lo protegge; eppure il Santo del Cigno è qui, qui contro ogni logica. Addossato ad una colonna del suo tempio, respiro veloce tra le labbra socchiuse.

Risale il cammino delle quindici stelle, con la bocca e con le dita. Passando molto vicino al bozzo che tende la stoffa scura degli slip di Hyoga, per scendere lungo l’altra gamba.

“MiloーMilomilo Milo. Fermati,” ansima Hyoga. “Ti prego.”

Si tira in piedi, gli sfiora il collo col dorso della mano. “Perché?”

Un brivido lungo percorre il corpo di Hyoga, le sue palpebre si abbassano a celare il suo sguardo trasparente. “Il. Il mio cuore appartiene a qualcun altro.” Le sue guance avvampano.

“Il Santo di Andromeda?”

Hyoga spalanca gli occhi e tutta la sua faccia diventa color pomodoro. Molto maturo.

Centro.

Era ovvio.

“Basta! Non ho intenzione di star qui a discutere con teー” Hyoga si tende contro la pietra, apre la bocca quando non riesce a muoversi. Restriction è sempre Restriction. “Milo–” Voce bassa, pericolosa. “Mollami.”

Ridacchia. “Liberati. Ti basterebbe uno spolverío di neve, Santo del Cigno. Neanche fosse la prima volta.” Vuole vederlo in azione, ancora. Per scherzo. O forse no.

“Come vuoi.” Il Cosmo avvampa attorno a Hyoga, bianco come il ghiaccio, lo circonda di luce e Restriction rimbalza indietro.

Lascia che si esaurisca attorno a loro, fa un passo indietro. Hyoga resta fermo, addossato alla colonna, la testa piegata di lato come se aspettasse un altro bacio.

Occhi trasparenti si fissano nei suoi. “Cosa mi hai fatto?” sibila. “Ti odio.”

Esulta dentro. Molto dentro. La sua faccia deve rimanere impassibile, o perderà tutto il vantaggio. Alza le mani, fingendo innocenza. “Beh? Restriction è caduto, no?“

“Non è quello,” brontola Hyoga.

“Cosa, allora? Forse non vuoi muoverti?” Sente la sua bocca incurvarsi suo malgrado in un ghignetto di vittoria, mentre rimira Hyoga, tutto quanto, dalle ciocche scompigliate di capelli d’oro alla linea aggraziata del suo corpo teso, schiacciato di spalle contro la colonna, la maglietta arrotolata sul torace muscoloso, le braghe in un mucchietto alle caviglie.

“Ma ci stai zitto?”

Alza la mano destra, invoca “Scarlet Needle.” Il suo indice proteso diventa la coda aguzza dello Scorpione, rossa, avida di sangue con cui rinnovare ancora il proprio colore; il suo Cosmo brucia, cercando il punto preciso per il sedicesimo colpo. Quello che si usa in battaglie più dolci, Milo non conosce solo colpi dolorosi. Lo affonda di scatto nella pancia di Hyoga, poco sotto l’ombelico.

Hyoga si inarca con un grido roco, si accascia contro la pietra ansimando. “Mi ucciderai, allora?” chiede senza fiato. E poi le sue palpebre si abbassano, il suo sguardo si ammorbidisce. Le sue labbra si aprono.

“Certo che sì, una piccola morte dolce.” Ridacchia, affonda le dita nei suoi capelli morbidi. Umidi di sudore. Odorosi di caldo e di miele. “Hai deciso di addentrarti nella tana dello Scorpione. Credevi di uscirne indenne solo perché la guerra è finita, Santo del Cigno?”

Rigira la coda dello Scorpione nella carne di Hyoga, il suo respiro si spezza in un gemito.

“Ah Milo. Io non–”

“Tu non?” Fa correre la punta della lingua lungo la linea netta della sua mandibola, morde il suo collo esposto. Pensieri da predatore gli accecano il cervello.

“Nnh.” Qualsiasi cosa Hyoga volesse dire si perde in un suono disarticolato. Trema come le fiammelle dell’orologio del fato, addossato alla pietra fresca. Impalato sulla coda rovente dello Scorpione.

Un’altra cicatrice, speculare alla nona che già marchia la sua pancia. Questo è il segno che lo Scorpione lascia sulla sua preda d’amore.

Che ora lo sta guardando con gli occhi socchiusi, offuscati. “Perché ti voglio così tanto?” chiede a voce bassissima.

Milo non riesce a distogliere lo sguardo dalle sue labbra che si muovono a fatica. “Prima non mi volevi?”

Le guance di Hyoga diventano rosse, nasconde lo sguardo sotto la frangia scompigliata. “Sí.”

“Perché resistere allora?” Perchè Hyoga si ostina a negare il legame che li unisce, il modo in cui i loro spiriti risuonano, anche quando sono lontani chilometri e chilometri, portando inevitabilmente i loro corpi a ricongiungersi.

Ma sa già la risposta.

“Shunー”

Appunto.

“Guardami, Hyoga.” Gli prende il mento fra pollice e indice, cercando di fargli alzare la faccia.

Hyoga resiste, si volta di lato. “N-non posso.”

“Perché?” Insegue il suo sguardo piegando il collo.

“Perché sei.” Una pausa lunga, Hyoga si lecca le labbra. “Sei troppo bello e io sono debole.”

Questa non se l’aspettava. Gli piace, lo fa sentire per un attimo più importante di quel che dovrebbe essere nella vita di questo ragazzino biondo. Il cui cuore appartiene certamente a qualcun altro.

“Hyogaー”

“Sto facendo un torto a Shun.” La sua voce è disperata.

Si china su di lui, lo bacia all’angolo della bocca. “Shun è Shun. Il tuo angelo protettore. E tu il suo. Io.” Ridacchia contro la sua pelle, Hyoga rabbrividisce. “Io sono uno che continua ad incrociare la traiettoria della tua vita. Da me puoi prendere quello che ti serve. Però anche a me serve qualcosa da te.”

“Cosa ti serve così tanto?” Hyoga alza la testa di scatto, lo imprigiona nel suo sguardo troppo nudo.

Già. Questo è il punto. Scuote la testa. “Non lo so nemmeno io. Ma qualsiasi cosa sia, ne voglio ancora.”

“Ancora?” La voce di Hyoga è un sussurro stordito.

“Ancora. Da quando ti ho tenuto fra le braccia durante la guerra santa.”

Hyoga socchiude la bocca, spalancandogli in faccia quegli occhi allungati.

Lo schiaccia contro la pietra fresca, gli carezza una guancia e appoggia le labbra sulle sue. Roventi, morbide; hanno il gusto della vittoria. Ci affoga contro perdendo il respiro. Tutte le dita in quei capelli morbidi, gli fa piegare la testa all’indietro, lingua contro lingua, carezze lente, respiro spezzato.

Chiude gli occhi e spinge più a fondo la coda dello Scorpione nella pancia di Hyoga, la gira lentamente per fargliela sentire tutta. Lui singhiozza e geme nella sua bocca, teso, tremante

“Milo?” Un sussurro senza fiato.

“Mmh?” Lascia una scia umida di baci lungo la sua guancia, nell’incavo segreto sotto la sua mascella, fra ciocche scompigliate e pelle rovente di sole. Nemmeno la penombra della Casa dello Scorpione riesce a raffreddarlo.

Hyoga si inarca contro la colonna.

Potente, pericoloso, bello.

In suo potere.

Succhia un bacio delicato su quel collo così morbido. Non può lasciare segni.

Nessuno deve sapere.

Nessuno.

Meno che mai un ragazzino esile con gli occhi miti.

Che ha il diritto di spogliare Hyoga, di marchiarlo quanto vuole. E probabilmente non ne approfitta nemmeno perchè è troppo gentile.

Sorte ingrata.

Un altro bacio un po’ più giù, un morso veloce sul muscolo succoso della spalla, al confine del colletto della maglietta.

A Hyoga scappa un verso a metà fra un ringhio ed un singhiozzo.

“Miloーbaciami ancora.”

E lui esaudisce quella preghiera e le sue labbra trovano quelle di Hyoga. Aperte per lui. È una battaglia di lingue, e denti che gli toglie il fiato e gli fa scendere nei fianchi una pozza rovente. Vuole.

Tutto.

Si tira indietro, ammira la perfezione del suo collo esposto. Le ciocche d’oro che gli rigano la faccia, quegli occhi trasparenti.

Nudi. Fissi su di lui.

“Sei davvero bello,” gli sussurra sulla bocca.

Hyoga ansima più forte, strizza le palpebre. Lui disegna il contorno morbido della sua bocca con la punta della lingua, solo per farlo avanzare di più verso di sè.

Gli piace vederlo soffrire.

Se è così.

Estrae l’unghia, un sussulto percorre tutto il corpo di Hyoga, la sua testa ricade all’indietro.

Lui gli si inginocchia ai piedi, mani sui suoi fianchi nudi, lecca via la gocciolina di sangue che sboccia dalla puntura dell’aculeo dello Scorpione.

Dolce.

La sua lingua scende, i suoi pollici uncinano l’elastico degli slip scuri di Hyoga, li abbassano oltre la curva dura delle ossa delle sue anche.

“Miloー” Hyoga ha le guance rosse, continua a tremare, addossato contro la colonna.

“Ssst.” Lo guarda di sotto in su con un sorrisetto e schiaccia la bocca contro la sua pancia, succhia, bacia, morde; segue con la punta della lingua il sentiero di peli chiari che parte dall'ombelico di Hyoga e porta giù, giù fino al ciuffetto morbido e biondo del suo pube. Ci affonda il naso, naufraga nel suo profumo di selvatico con un verso da animale, le orecchie piene dei suoi stessi ansiti veloci.

Che ha con quel Santo?

“Milo!” Mani forti si aggrappano ai suoi capelli, lo tirano indietro; alza la faccia.

“Fatti mangiare tutto.” Tira fuori la lingua arricciata, la muove veloce contro il labbro inferiore, lo sguardo fisso negli occhi semichiusi di Hyoga.

Lo scorpione che cerca di ipnotizzare la sua preda; questa gli sta facendo fare più fatica del dovuto. Abbranca gli slip, li fa scendere fino a metà coscia con uno strattone secco. L’uccello di Hyoga gli rimbalza davanti agli occhi. Di un tono più scuro della sua pelle abbronzata, teso.

Pronto.

“Milo. Aspetta.”

“No.” Una mano sulla sua pancia, per schiacciarlo contro la colonna, l’altra stretta attorno alla sua erezione. Chiude gli occhi, apre le labbra. Assaggia il salato della punta, Hyoga sussulta e geme.

Si riempie la bocca di lui.

Aspro, selvatico. Gli sale alla testa, e sente un’altra volta sulla lingua il gusto di Camus, non è possibile. Troppo diversi. Anche se Camus, quanto Hyoga, era padrone del gelo infinito.

Lo succhia come succhierebbe Camus se potesse, un’ultima volta. Perso nel suo profumo, la bocca piena di lui fino alla gola. Il suo respiro veloce diventa un gemito basso, gli fa salire dentro un fuoco che gli consuma il cervello, l’uccello teso allo spasimo contro il tessuto morbido delle braghe da allenamento.

Le mani di Hyoga nei capelli lo bloccano a metà movimento.

Gli scappa un verso di fastidio. Non è quello il momento.

“Miloーcosì vengo.”

Lascia scivolare il suo uccello sul palmo della mano. Durissimo. Scivoloso della sua stessa saliva. “È quella l’idea,” ansima, la testa leggera. Un sogghigno e lo prende di nuovo in bocca. Tutto. La sua gola si ribella quando la punta gli struscia sulla radice della lingua, lacrime gli rigano le guance.

O forse è il pensiero di quel che non può più avere.

Strizza gli occhi, ansima più forte cercando un angolo migliore.

Succhia.

“Milo. Milo!” Hyoga singhiozza e si irrigidisce contro la colonna, le sue mani gli artigliano le spalle.

Per sorreggersi.

Per. Fermarlo?

Ha appena il tempo di tirare indietro la testa. Hyoga gli viene in faccia, sulla bocca, sulla mano. Si lecca le labbra.

Sanno di. Lui.

Lascia che il suo seme gli coli addosso. Tiepido e odoroso. Guarda Hyoga di sotto in su, cerca di intercettare i suoi occhi annebbiati. Sono teneri, sotto le palpebre pesanti.

Si guardano senza dire niente.

Le lacrime appese agli angoli degli occhi allungati di Hyoga, scivolano giù a rigargli le guance. “Milo—tu?” Sottovoce.

“Io?” Altrettanto piano.

“A chi stavi pensando mentreーinsomma. Intanto cheー” Le guance si Hyoga diventano molto rosse.

Lui sorride, perché davvero. “Mentre ti succhiavo l’uccello?”

Hyoga spalanca la bocca, si fa ancora più paonazzo. Ridacchia una risatina nervosa. “Eh. Era. Mi è piaciuto, non pensavo fossi cosìー”

“Così?”

“Così devoto. Non ero io quello che. Cheー”

 

Stringe l’uccello di Hyoga, ancora duro e pesante fra le dita, disegna cerchi sulla punta scivolosa con il pollice.

A Hyoga si blocca il respiro, la sua bocca si piega in una smorfia di piacere. Di dolore. “Così mi uccidi per davvero,” sussurra, ma sta sorridendo e il suo viso spigoloso si ammorbidisce. Si china su di lui, appoggia la fronte contro la sua, le mani ai lati della sua faccia. Gentili. “Baciami.”

Per davvero.

Rovescia la testa all’indietro, incontra le labbra di Hyoga. Scivolano sulle sue, cosparse del suo stesso seme.

Un attimo di esitazione, poi Hyoga grugnisce e gli infila la lingua in bocca, tutta.

Assieme.

Se lo tira contro, si sbilanciano, cadono all’indietro; Hyoga sopra di lui, il pavimento duro sotto la testa.

Hyoga se lo mangia vivo, il contatto di quel corpo seminudo sopra il suo, contro il suo uccello troppo duro per poter ragionare, lo fa ansimare e gemere come una bestia.

Hyoga alza la faccia, le mani puntate sul pavimento, ai lati della sua testa. “Non sei ancora venuto, Milo. E ioー”

“Tu?”

Hyoga arrossisce violentemente, gli appoggia una mano calda sul torace nudo. “Io voglio tutto. Tutto quello che avresti dato a lui.” Un sussurro urgente.

A lui? Lui a Camus ha dato molto. Forse troppo.

“Alzati,” mormora. “Andiamo di là. Qui è troppo duro.”

“Questo?” Una risatina nervosa, Hyoga si struscia contro di lui. L’uccello gli fa male, ora. Teso da scoppiare.

Afferra i polsi di Hyoga, tira di lato; il Santo li crolla tutto addosso, le loro bocche collidono. Un bacio lungo che gli toglie il respiro. “Questo non è mai troppo duro,” risponde con un sogghigno. “Alzati, o come è vera Atena ti scopo qui.”

Ci vorrebbe poco, ma ora desidera qualcosa di morbido sotto la schiena. E un filo di intimità. Steso sul pavimento del colonnato, con Hyoga mezzo nudo addosso, si sente esposto.

Forse sta invecchiando davvero.

“Devi lasciarmi i polsi, prima.”

Giusto.

Allenta la stretta delle dita, Hyoga si alza su mani e ginocchia, con un sorrisetto strafottente e china la faccia sulla sua per un altro bacio, accarezza la sua erezione dolorante attraverso il tessuto fino dei pantaloni da allenamento. I suoi capelli dorati gli solleticano il petto.

Gli fa andare in pappa il cervello.

Splendente più del sole.

Così giovane.

Socchiude gli occhi per un attimo, gli gira la testa. Si domanda se sarà il primo a battere la strada che passa attraverso quelle chiappe. Fresche, elastiche, ci affonda le dita, stringe la carne soda. Sfiora il buchetto teso, nascosto in mezzo a tutta quella grazia degli dei.

Hyoga geme, buttando all’indietro la testa.

Deve far scendere di un paio di livelli quel ragazzino. Sta diventando troppo insolente. Troppo sicuro di sè, e ha ragione.

Lo scrutinio di quegli occhi trasparenti non lo fa ragionare. Completamente alla sua mercè e non va bene. Lui ha una dignità da difendere, anche se la sta perdendo di vista, mentre cerca di respirare.

Di strusciarsi contro di lui.

Punta i gomiti a terra e solleva il torace, facendo collidere ancora le loro labbra; abbranca la nuca di Hyoga per tenerlo fermo, schiacciato contro di lui.

Non che ce ne sia bisogno.

Tutta la sua lingua in bocca, tutto addosso.

Dovrebbe essere gelido, il signore dei ghiacci, invece Hyoga gli fonde i pensieri in un bagliore al calor bianco.

Si tira su, tenendo stretto Hyoga; lui si sbilancia all’indietro, ricade seduto sulle sue ginocchia con un mugolio e gli si aggrappa al collo per non cadere.

Come se lui potesse permettere che accada.

Gli ha già causato dolore a sufficienza.

Ma forse non è per quello.

Le braccia di Hyoga restano strette attorno a lui anche dopo che ha riacquistato l’equilibrio. E se le loro labbra si separano di un centimetro è solo perché entrambi hanno finito l’aria da respirare.

“Vieni.” Con un grugnito si carica Hyoga a cavallo di una spalla, come fosse un sacco pesante, e si tira in piedi.

“Hey! Mollami!”

Ridacchia e stringe la presa sulle cosce di Hyoga, incamminandosi a passi lunghi verso le proprie stanze. Non ha più pazienza, non ha più senno, ha solo l’uccello troppo duro che struscia dolorosamente contro il morbido delle mutande, ha solo il sapore della sua sborra e dei suoi baci ancora in bocca, che lo fa diventare lunatico. Pazzo.

Tu sei pazzo

Hyoga gliel’ha anche detto.

Hyoga gli punta le ginocchia contro il torace per liberarsi dalla stretta del suo braccio, che gli intrappola le cosce; affonda pugni ghiacciati nella sua schiena. “Mettimi giù!”

Heh.

Gli basta voltare la faccia per affondare i denti nel muscolo sodo della sua chiappa, forte a sufficienza da far irrigidire Hyoga a metà movimento.

Molla subito.

Niente segni.

Hyoga gli ricade contro la schiena, le sue braccia ciondolano sbattendogli addosso.

“Finalmente,” sussurra leccando dove ha morso.

“Hmph.” Un grugnito sfastidiato, e poi un dolore acuto nel fianco.

Gli scappa un verso a metà fra un gemito e un urlo, Hyoga non si fa problemi riguardo ai segni, a quanto pare. I suoi denti gli stringono la carne, non sembra intenzionato a mollare.

Respira più veloce, l’uccello gli trema nelle braghe.

Gli piacciono le prede mordaci.

Stringe più forte le sue cosce contro il torace, gli punzecchia la carne nuda con la coda dello Scorpione. “Non farmi uscire il sangue.”

Hyoga molla la presa.

È un sollievo e un dispiacere.

Ha affrontato molti avversari, in troppe battaglie, nel terreno vergine di centinaia di lenzuola. Considerata la sua età, e la sua esperienza, Hyoga gli fa fare più fatica di quel che si aspetterebbe. Ghiaccio che brucia più del fuoco. Bronzo che brilla come l’oro.

Ridacchia da solo. Non lo soddisferebbe una vittoria facile.

“Perché?” gli chiede Hyoga, la voce soffocata contro la sua pelle nuda, un brivido per le spalle.

“Perché poi mi tocca farlo uscire a te e non vuoi tornare a casa con i segni dei miei denti.” Ridacchia. “O sí?” Segue con la punta della lingua lo scanso del quadricipite di Hyoga, sente il suo respiro tiepido accelerare

“Stronzo.”

Milo ride ancora. “Oh sí,” mormora sfiorando con le labbra il culo fresco di Hyoga. Un morsino di avvertimento a stare buono. “Non sai in che guaio ti sei cacciato, Santo del Cigno.” Un altro morso e una leccata lunga.

La porta delle sue stanze è celata nella penombra, ai margini del colonnato. La apre con un calcio noncurante, se la sbatte alle spalle con l’anca.

Fra poco.

Fra poco lo farà urlare.

“Devo preoccuparmi?” Hyoga gli cinge la vita con un braccio, inaspettatamente caldo, gli succhia un bacio sulla schiena.

“Non troppo.” Milo ha già avuto pietà di lui una volta.

Anche se non è stata la pietà a guidare il colpo guaritore che ha affondato nel torace di Hyoga, alla fine del loro combattimento.

È stata stima.

Riconoscere uno spirito affine al suo.

L’epifania della vera identità di Atena.

O il rimpianto di poter stringere quel Santo inaspettato e speciale solo per pochi istanti, prima di lasciarlo andare per sempre.

Lanciando una minaccia troppo reale alla sua vita, Hyoga lo ha conquistato.

“Va bene allora.” Hoga si rilassa contro la sua schiena, anche l’altro braccio si alza a cingerlo col suo calore.

Gli piace, ha dimenticato cos’è la tenerezza. Non si sarebbe aspettato di trovarla in qualcuno conosciuto in guerra. In un nemico che l'ha affrontato con tanta tenacia. Che infine ha avuto ragione di lui con un gelo più freddo di qualsiasi altro avesse mai esperito.

“Hyoga?”

“Si?” Sottovoce. Hyoga struscia la guancia morbida contro la sua schiena, solletichio di barba giovane.

“Non ti farei mai del male.”

Silenzio. Un bacio sulla schiena. Braccia calde più strette attorno alla vita.

Il dolore nelle braghe è diventato una pulsazione quieta che lo fa respirare male.

Attraversa il corridoio semibuio che taglia in due i suoi quartieri, dietro la porta socchiusa la sua camera è un’esplosione di luce.

Strizza gli occhi, lascia cadere Hyoga fra le lenzuola scompigliate. Nei raggi prepotenti del sole che entra dalle finestre aperte, i suoi capelli brillano d’oro come un Cosmo. Steso in mezzo al letto a braccia aperte, i pantaloni aggrovigliati alle ginocchia, Hyoga fa un sorriso incerto senza dire niente.

Si studiano finché si china su di lui e gli appoggia un bacio lieve sulla pancia. Vicino alla punta di quell'uccello scuro, che si sta indurendo ancora.

“Tiro le tende,” sussurra contro la sua pelle.

Il tessuto viola filtra la luce, riempiendo la stanza di ombre misteriose. Hyoga sembra ancora più abbronzato nella penombra, un contrasto netto con i suoi occhi così chiari.

“Vieni, Milo,” dice sottovoce, alzando le braccia verso di lui. Il suo nome suona tenero sulle labbra di quel ragazzino guerriero.

Sale sul letto a cavalcioni della sua pancia, pianta gli avambracci nel materasso ai lati della sua testa e si accoccola su di lui. Si lascia stringere.

Avvolto dal calore di un altro corpo.

Non pensava di averne tanto bisogno.

Eppure in quell’abbraccio il suo respiro rallenta, e piano piano la tensione scivola via dalle sue spalle. Solo qualcosa resta teso, molto. Teso. Duro e sensibile fino alle lacrime, solo tessuto fino lo separa dall’uccello di Hyoga.

Struscia il bacino contro il suo, affonda la faccia nell’incavo del suo collo, ansima nell’intrico profumato dei suoi capelli d’oro, non vuole più sapere niente. Vuole perdersi in quel tepore. Dimenticare chi è, e cosa lo ha portato qui, stretto nell’abbraccio di un Santo troppo giovane. Eppure in grado di reggere il paio con lui.

Da più punti di vista.

E vincere.

Sempre.

Hyoga volta la faccia verso la sua. “Baciami,” sussurra.

Incolla le labbra alle sue con un gemito.

La mano di Hyoga si insinua fra i loro corpi schiacciati, vicini, a ad assaporare ogni minimo sfregamento ogni carezza. Lui alza il bacino, per facilitargli l’accesso. Dita roventi sotto l’elastico delle braghe, finalmente libero. Polpastrelli incastrati fra i riccioli del suo pube, sussulta quando trovano il suo glande.

Pelle contro pelle, l’uccello strozzato in una stretta che lo fa sobbalzare e poi restano solo quelle carezze rudi, e le loro lingue che si intrecciano e probabilmente potrebbe venire in due secondi netti.

Ma anche Milo vuole tutto.

Tutto. Ora.

Subito.

Fa correre i palmi lungo la pelle liscia dei suoi fianchi, Hyoga è. Tossico.

Non.

Ma che diavolo ha con questo Santo?

Di solito è lui che sceglie, colpisce, guida il gioco. Lo scorpione che danza attorno alla sua preda.

Ma con Hyoga il suo stesso aculeo sembra rivoltarsi contro di lui. Colpito e ridotto a un ammasso di nervi in fiamme. Non è quello il suo ruolo.

Non ci è abituato.

Deve farci l’abitudine: questo è Hyoga. La singolarità del suo universo, l’unico in grado di sovvertire le leggi che lo regolano. Dopo che Camus se n’è andato.

Hyoga stringe più forte le dita sul suo uccello, gli strappa il suo nome dalla bocca in un mugolio teso.

“Ah—Hyoga.”

“Che c’è, Santo di Scorpio?”

“Se continui così ti sporchi le mani.”

Hyoga lo guarda da sotto le palpebre mezze abbassate e un sorrisetto superiore gli incurva le labbra. “Ci sono abituato.”

Gli si tappa la vena del cervello. Male. Si alza sulle ginocchia e gira Hyoga di pancia con un grugnito da bestia in calore.

Hoga fa un verso di sorpresa, e poi un altro, molto più rovinato, quando lui fa scorrere l’indice lungo la fessura segreta fra le sue chiappe sode. Le separa con le mani, lascia colare la saliva sull’anello rugoso del suo buchetto del culo. Poi ci infila il dito medio. Affonda con una facilità sconcertante.

Hyoga alza le anche e inarca la schiena, offrendogli tutto, le dita che artigliano il groviglio delle lenzuola, la guancia schiacciata contro il cuscino. ”Milo-oh—.” Lo guarda da sopra la spalla e qualsiasi ritegno, qualsiasi moderazione evapora nel calor bianco che gli incendia il cervello, alla vista della sua faccia sfatta, occhi trasparenti, languidi nei suoi.

Alla fine lo ha costretto alla resa.

Ma si sta arrendendo anche lui. Affonda un altro dito nel culo di Hyoga, lo sente cedere sotto le sue spinte lunghe, premere contro la sua mano per avere. Di più. Di più. Hyoga chiude gli occhi, stretti, il suo respiro si spezza in una serie di ansiti.

Non ce la può più fare. Gli arriccia dentro le dita, le gira per farlo ansimare un po’ più forte, per strappargli un’altra volta il suo nome dalle labbra.

“Milo—Milo. Scopami—“

Dèi, questo ragazzino. Che gi fa perdere il senno. Come. Nessuno mai, nessuno. Forse.

Forse solo lui. Che gli ha fatto da maestro.

Deglutisce a vuoto contro la gola secca. Aspetta questo momento da.

Sempre.

No, solo pochi mesi. Da quando si è stretto addosso quel Santo durante il suo assalto alle Dodici Case. Ma gli sembra un tempo infinito, mentre gli sfila le dita dal culo, si sputa sull’uccello e glielo infila dentro.

Hyoga affonda di più la faccia nel cuscino. Un suono che è un singhiozzo, un ansito, un grido di resa rovinoso, gli cola dalle labbra.

Dèi. Dèi. Non.

Non.

Si aggrappa alla vita di Hyoga, lo conquista palmo a palmo come un campo di battaglia. Hyoga trema sotto di lui, le spalle appiattite contro il materasso, tutti quei capelli d’oro sparsi sulla faccia, sulla pelle abbronzata delle spalle muscolose.

E lui gli crolla addosso, spingendo nel caldo del suo corpo, le braccia strette attorno alla sua vita, anche se Hyoga è lì, tutto sotto di lui. Ora non scappa più. Anche se lui non sa più chi abbia catturato chi.

“Hyoga–”

“Milo–” Hyoga non ha più nemmeno voce, solo un sussurro rauco.

Preme le labbra sul collo di Hyoga, sulla sua spalla calda, baci lunghi solo perché non lo può mordere. Lo scopa, forte, come scoperebbe.

Camus.

Se Camus abitasse ancora la Casa dell’Acquario, proprio sopra alla sua. Ma il tempio è vuoto, e buio quando scende la sera. Lui è rimasto solo. Questo ragazzino biondo, che lo accoglie dentro di sé come se fosse. Normale, noto. Ansimando sotto di lui, incontrando le sue spinte per farlo entrare ancora un po’ più a fondo. Questo guerriero, l’ultima eredità di Camus, è l’ultima persona rimasta, in grado di arrivare così vicino al suo cuore.

 

Raddrizza la schiena, tenendosi Hyoga stretto contro, gli carezza l’uccello seppellendosi nel suo culo fino all’elsa. Tutto, vuole dargli tutto, bersi fino all’ultimo dei suoi respiri spezzati, dei suoi gemiti, dei suoi singhiozzi. Affondare con Hyoga finchè non resta niente, solo il fuoco che gli tende i fianchi, il calore della loro pelle che si tocca. Si riconosce.

Perso nel ritmo selvatico dei loro corpi che si muovono come uno solo, degli schiaffi umidi della sua carne contro quella di Hyoga.

Finché Hyoga si tende tutto contro di lui, un gemito rauco, e il suo seme gli schizza in mano, gocciola sulle lenzuola aggrovigliate. Chiude gli occhi, si tira Hyoga contro, straziato dai sussulti lunghi del suo corpo, del suo culo che gli si contrae attorno, e gli viene dentro, in fondo, le braccia strette attorno al suo torace caldo, le labbra pressate contro il suo collo.

Hyoga gli si schiaccia contro, e la sua nuca gli ricade contro la spalla. Restano immobili, per un attimo lunghissimo, cercando di ricominciare a respirare.

“Milo—“ ansima Hyoga.

Lui non dice niente, abbraccia Hyoga e basta. Scavato dentro dal fuoco che li ha arsi vivi e li ha lasciati tremanti, avvinghiati uno all’altro. Hoga gira la testa all’indietro, verso di lui.

“Ti—“ inizia Hyoga e lui ha paura di quel che uscirà da quelle labbra, arrossate dai suoi baci. Ti amo? Non sarebbe giusto. Ti voglio? Già glielo ha dimostrato. “Ti ringrazio ,” dice invece Hyoga. “Mi hai. Mi hai riportato indietro lui. Com’era prima.”

E quelle parole sono peggio di una lama rovente rigirata nel cuore.

“Anche tu—“ sussurra nell’orecchio a Hyoga. “Anche tu.”

Esce lentamente dal corpo di Hyoga, in rivoletto del suo stesso seme gocciola sul letto. Pulisce Hyoga fra le gambe con un lembo del lenzuolo mentre lo bacia, sul collo, cercando di tenere indietro le lacrime che gli fanno pizzicare gli angoli degli occhi.

“Torna da lui. Da Shun.”

Hyoga si gira, gli accarezza la guancia. I suoi occhi trasparenti sono tristi. “Milo—“

“Quel che è giusto è giusto, ragazzino.” Sogghigna ed è quasi tenero. “Sii per lui quel che non ho saputo essere per Camus.”

Le labbra di Hyoga si incurvano in un sorriso lento. “A lui non serve.”

“Lo credevo anch’io non servisse, a Camus.”

Hyoga lo guarda. Non c’è altro da dire. Annuisce e scende dal letto. Si riveste con movimenti misurati.

“Addio Santo del Cigno.”

“Non è un arrivederci?” Hyoga gli carezza ancora la faccia. Malinconico.

“È quello che vuoi tu. Sai dove trovarmi.”

Hyoga annuisce. Gli sfiora le labbra con le sue e se ne va senza voltarsi.

Lui lo segue, lo guarda scendere la scalinata e allontanarsi, dritto e fiero, i capelli d’oro che brillano nel sole a picco. Poi si volta verso la casa dell’Acquario. Inesorabilmente vuota.

“Hai fatto un buon lavoro con quel ragazzino, Camus,” grida. “Non ho mai visto niente del genere.” Il vento porta la sua voce su, verso quel colonnato. Anche se non c’è nessuno a sentirla.

Lo so, Milo. E tu hai fatto un buon lavoro a mantenerlo in vita.