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Summary:

"Non può andare in guerra."
“E tu invece sì? Non fai nemmeno parte dell’ordine!”
“Non è un problema, se nessuno lo sa.”
“Fammi capire: vuoi andare lì e spacciarti per un cavaliere?”
“Funzionerà.” Sergio è sicuro che sia possibile. La corona raccoglie uomini per mandarli a combattere; chi siano è un dettaglio a cui non verrà nemmeno fatto caso mentre il regno è sotto assedio. Può riuscirci; può passare per uno di loro. Come farà a stare su un campo di battaglia è un altro paio di maniche, uno di cui si preoccuperà a tempo debito. Adesso ha bisogno di mettere in moto il piano che ha elaborato e per farlo è indispensabile il contributo di Martìn.

 

 

Andrés è malato quando i primogeniti di ogni famiglia vengono chiamati alle armi per difendere la Spagna dalla minaccia portata da Gandìa e dai suoi uomini. Preoccupato per le sorti di suo fratello, Sergio decide di prendere il suo posto. Partire non sarà soltanto un modo per tenere Andrés al sicuro, ma anche per incontrare nuovi amici, per trovare l'amore e, soprattutto, per conquistare quell'immagine di sé che ambiva ad ottenere.

Notes:

- Questa fan fiction nasce dal bisogno di dare un contesto alla raccolta Berlermo ambientata nel medesimo universo che è in fase di stesura e che verrà pubblicata come lavoro correlato una volta finita. Della serie: "Quando i missing moments nascono prima della storia principale";
- Le pretese di attinenza al classico Disney sono scarse e al contesto medievale pressoché inesistenti. Leggi anche: è tutto inventato per esigenze di trama.

Work Text:




“Maestà, gli uomini di Gandìa hanno attraversato il confine. Creeremo delle difese attorno al palazzo immediatamente.”
“No: manda le truppe a difendere il popolo. Notifica avvisi di convocazione in tutte le province, arruola le riserve e il maggior numero possibile di reclute. Anche un solo uomo può fare la differenza tra la vittoria e la sconfitta.”






Il livido che Sergio ha stampato sul viso non fa male. Non se lo lascia stare, almeno. Tra qualche giorno la macchia violacea che lo contrassegna sbiadirà in colori meno vistosi e poi scomparirà, riportando la pelle alla sua tonalità originaria. Sergio vorrebbe che fosse lo stesso per tutte le conseguenze che il colpo gli ha lasciato. Vorrebbe che l’umiliazione che ha provato cadendo da cavallo e impattando contro il suolo andasse via con la stessa facilità.

È preso da questi pensieri quando Andrés lo raggiunge in veranda. Sergio si è sentito sollevato dal fatto di non doverlo affrontare immediatamente, ma in cuor suo sapeva che era solo un rimandare l’inevitabile. Se non ci fosse stata la lividura a portare a galla quanto accaduto alla giostra, ci avrebbe pensato l’attenzione che Andrés presta a tutto ciò che Sergio dice e, soprattutto, che non dice. Ha motivato la sua assenza al torneo con degli impegni da sbrigare, ma la verità è che sapeva quanta pressione avrebbe messo a Sergio saperlo spettatore, malgrado lui non abbia avversato esplicitamente l’ipotesi di averlo lì.

Andrés lo conosce meglio di quanto faccia lui stesso.

“Non mi chiedi com’è andata perché sai già che sono stato terribile?”

“Ho parlato con Martìn.”

“Che cosa ti ha detto esattamente?”

“Che era troppo occupato a osservare la prestanza dei partecipanti per badare alla tua performance.”

Sergio non ha visto Martìn osservare nessuno in particolare, non con gli occhi con cui osserva Andrés quando pensa che lui sia distratto e non possa accorgersene; apprezza però che abbia trovato un pretesto per sorvolare sulla caduta che si è procurato nel maldestro tentativo di disarcionare l’avversario con la propria lancia. Un atto di clemenza completamente diverso dalle risate da cui Sergio è stato sommerso al momento dell’incidente.

“Non si è perso niente.”

Rabbia, vergogna, frustrazione: Sergio si sente come travolto da un mare violento di emozioni negative. Vorrebbe infilarsi le mani dentro al petto per prenderle e portarle via da lì, dove gli schiacciano il cuore e gli comprimono dolorosamente i polmoni, ma non può farlo. Può soltanto rassegnarsi a soffrire ancora una volta a causa delle sue mancanze.

“Ricordi quando abbiamo avuto quel problema con l’approvvigionamento della contea? Fosti tu a risolverlo. Non ero nemmeno in grado di capire i calcoli che avevi fatto per riuscirci. Papà era sbalordito. Il mio piccolo professore, disse.”

Sergio lo ricorda perfettamente, così come ricorda la gratificazione che provò nel sentirsi rivolgere quell’appellativo. Vorrebbe essere ancora il bambino a cui bastava l’approvazione di un’unica persona per sentirsi appagato e felice; vorrebbe essere diventato l’uomo che suo padre vedeva quando lo guardava.

In questa giornata lo vorrebbe più che mai.

“Nella vita non serve solo saper combattere, Sergio. Il valore di un uomo può risiedere in tante altre cose.”

“Per esempio?”

Andrés solleva una mano e la avvicina alla testa di Sergio. Quando preme l’indice contro la sua tempia, lo fa con decisione e tenerezza.

“In questa, per esempio.”

*

L’armatura e la spada di suo padre sono conservate in un forziere che Martìn ha costruito apposta per custodirle. Andrés ce le ha deposte il giorno successivo alla sepoltura, in attesa di tirarle fuori per la prima guerra a cui prenderà parte.

Sergio ricorda la prima volta che vide suo padre indossare le vesti di cavaliere. Gli era sembrato l’uomo più potente del mondo, dentro a quell’involucro di acciaio robusto e scintillante. Ricorda bene anche l’ultima. Gli era sembrato che dormisse, adagiato sulla branda trasportata dai suoi commilitoni, e invece i suoi occhi si erano chiusi per sempre. Ricorda la mano di Andrés che accarezzava le placche ricoperte di sangue come fossero pelle da confortare. Ricorda che, a differenza sua, lui non era riuscito a muovere un solo muscolo.

Ora che ricorre l’anniversario della sua morte, Sergio ricorda tutto ancor più nitidamente.

“Che magnifiche rifiniture, e che chiavistello invalicabile! Di chi mai sarà opera un così pregevole lavoro?”

Sergio si asciuga le lacrime che non si era accorto di aver pianto. “Un giorno mi svelerai come aprirla?” chiede a Martìn, sforzandosi di tener salda la voce.

“Un mago non rivela mai i suoi trucchi.”

“Ad Andrés lo hai detto.”

Sergio si aspetta di vederlo elargire una giustificazione, ma Martìn lo sorprende con tutt’altro intervento. “Non c’è bisogno che ti nascondi. Non da me” gli dice. Poi, come se fosse riuscito a intercettare il pensiero partorito dalla mente di Sergio: “E nemmeno da Andrés.”

“Mi manca.”

Non si è mai concesso di dirlo a voce alta. Ha pensato che sarebbe stato un ulteriore peso posto sulle spalle di suo fratello e ha preferito reggerlo da solo, incurante della possibilità di finire schiacciato. Cederne una parte a Martìn, però, è qualcosa che sente di potersi permettere.

“I cattolici ritengono che le anime dei defunti vengano smistate in regni ultraterreni sulla base della condotta tenuta in vita. Da dove vengo io la pensano diversamente. Esiste un culto, il culto degli antenati, secondo il quale i morti restano a vegliare sui loro cari, un po’ come dei guardiani. Se è così, non possono essere troppo lontani.”

Sergio accoglie le parole di Martìn in silenzio. Non si è mai soffermato su dove possa essere finito suo padre, ma che quel posto sia accanto a lui è un pensiero confortante, uno in cui è bello credere.

“Quindi era lì ad assistere alla figuraccia che ho fatto.”

“Avrà fatto finta di non vedere.”

Martìn gli dà un buffo affettuoso sulla guancia e fa per andarsene. “Vado a ficcare il tè giù per la gola di tuo fratello” dice, un sospiro dentro la sua voce.

“Dovresti parlargli.”

“Sai com’è fatto: bisogna usare le maniere forti con lui.”

“Non di questo.”

Lo sguardo di Martìn è acceso da un barlume di realizzazione, poi viene ricoperto da un velo di tristezza.

“Ci sono cose che non puoi permetterti di dire. Un giorno capirai.”

*

Il vassoio su cui la caraffa poggia atterra sul ripiano del tavolo. Sergio la afferra per versarne il contenuto in un bicchiere e porgerlo ad Andrés. “Ricorda” gli raccomanda. “Tre tazze la mattina e tre la sera.”

“Diglielo, Sergio. Forse a te darà ascolto.”

Sergio è messo sull’attenti dalla provocazione di Martìn. “Non stai seguendo le disposizioni del medico?” chiede ad Andrés, con un misto di allarme e disappunto.

La prematura scomparsa della mamma e gli impegni di loro padre hanno fatto sì che fosse Andrés ad occuparsi di lui. È Andrés che gli ha insegnato il suono delle lettere, Andrés che lo ha issato per la prima volta su un cavallo, Andrés che gli è stato accanto quando era costretto a letto da una malattia che minacciava di ucciderlo. Se non dimostrasse altrettanta premura adesso che è lui ad essere in una posizione di bisogno, Sergio non se lo perdonerebbe mai.

“Bevo quell’intruglio ogni volta che è necessario.”

Sergio non è del tutto convinto. Dal canto suo, Martìn non lo è affatto.

“Ti è stato prescritto riposo assoluto e non fai altro che andartene a zonzo.”

“Cosa posso farci se sono così richiesto? Le nobildonne della contea non mi danno pace: tutte cercano di accaparrarmi per le loro figlie” si giustifica sornione Andrés. “Qualcuna anche per sé” aggiunge con un sogghigno. Poi, eliminando ogni traccia di scherzo dalla sua voce: “Non posso starmene con le mani in mano: l’eredità di nostro padre va amministrata.”

“Cosa che non potrai fare dalla tomba.”

“Il solito melodrammatico.”

“Hai così tanta fretta di sposare una delle oche che ti starnazzano intorno?”

“Ti preoccupi della mia salute o del mio stato civile, Martìn?”

“Andrés” interviene fermamente Sergio. “Martìn ha ragione: devi prenderti cura di te.”

“Lo farò” dice Andrés, nella voce una sospensione che preannuncia l’arrivo di un preoccupante ma. “Quando sarò tornato.”

“Tornato? Da dove?”

“Dalla guerra.”

“Cosa?”

Andrés si ritrova addosso due sguardi sconcertati che fa finta di non vedere. “L’avviso di convocazione è stato recapitato oggi” comunica. Lo fa in maniera pratica e sbrigativa, come se fosse niente, come se non rappresentasse un rischio che non è in condizione di correre. Come se non avesse paura di--- “Tutti i cavalieri del regno sono chiamati a rispondere.”

*

È come se Sergio riuscisse a visualizzare la caduta ancor prima che si materializzi davanti ai suoi occhi. La scorge nel vuoto improvviso che si impossessa dell’espressione di Andrés, nell’attimo di immobilità forzata che lo blocca prima che la gravità intervenga a trascinarlo giù, negli spasmi che avviluppano le dita delle sue mani.

Non potendo portarsi accanto a lui in un tempo utile a sorreggerlo, a Sergio non resta che colmare con la voce la distanza che li separa.

“Andrés!”

Andrés non raccoglie il grido emesso da Sergio, ma Martìn lo fa. Scatta a sostenere Andrés e accompagna la discesa del suo corpo, evitando che frani sul pavimento. Quando entrambi finiscono piegati sulle ginocchia, Andrés si abbandona contro di lui, il volto pallido come un cencio e le palpebre gravate da una stanchezza che sembra soverchiare il suo intero essere.

Sergio si porta al suo fianco con una corsa. “Andrés” lo chiama ancora. Andrés non risponde. Continua a tenere gli occhi chiusi, proprio come suo padre quando--- “Andrés” ripete Sergio, poggiandogli una mano sopra la guancia. È come toccare un tizzone ardente. La paura attraversa Sergio da parte a parte, rendendo la sua voce piccola e tremula. “Andrés, guardami. Guardami, ti prego.”

Sarà che Andrés non è mai stato capace di negargli nulla, ma quando se la sente rivolgere, asseconda la richiesta. “Sto bene” dice debolmente. Preme il palmo della mano sul dorso di quella di Sergio, ma è un attimo prima che la spossatezza la faccia scivolare via, lungo quel fianco che Martìn tiene ancora stretto. “Ho solo bisogno--- di riposare.”

Martìn aiuta Andrés a rimettersi in piedi. Gli cinge la vita con un braccio, per sobbarcarsi un peso che al momento lui non sembra in grado di sostenere. “Lo porto a letto” dice rivolto a Sergio.

Andrés si lascia trascinare senza opporre resistenza.

*

Sergio entra nella camera di Andrés in punta di piedi. Cammina premurandosi di non fare il benché minimo rumore, perché svegliare suo fratello significherebbe lasciarlo in balia del pericolo da cui intende salvarlo.

L’avviso di convocazione giace arrotolato sul comò. Sergio lo prende e deposita uno sguardo preoccupato sul volto di Andrés. Il sonno lo rende vulnerabile in un modo in cui non si permette mai di essere da sveglio, lo stesso in cui è apparso quando si è accasciato tra le braccia di Martìn privo di sensi. Sergio ricorda tutte le volte in cui sono state quelle di Andrés ad avvolgere lui, a fornirgli con una stretta tutto il conforto di cui aveva bisogno. Andrés non ha pianto, il giorno in cui loro padre è morto, ma quando sono rimasti soli in una casa diventata improvvisamente troppo grande gli ha dato un abbraccio lunghissimo, interminabile, uno in cui Sergio avrebbe trascorso volentieri il resto dei suoi giorni.

Ogni volta che ha cercato un luogo in cui rifugiarsi, lo ha trovato in Andrés; ogni volta che si è sentito solo al mondo, Andrés gli ha dimostrato che non lo era.

Sergio lancia un’ultima occhiata silenziosa al suo letto prima di sgusciare via.

*

“Sono sicuro che non ci sia nulla di cui preoccuparsi.” Martìn non aspetta nemmeno che si ritrovino faccia a faccia per emettere la considerazione; la rivolge a Sergio dall’esterno della sua stanza, cercando di rassicurare se stesso prim’ancora che lui. “Chiameremo il medico perché gli faccia visita e--- che cosa ci fai con quella?”

Martìn squadra Sergio come se potesse trovargli addosso la risposta che cerca. Evidentemente è davvero così, perché un lampo di comprensione gli balena nello sguardo e porta la sua espressione a indurirsi.

“Posala immediatamente.”

“Non può andare in guerra.”

“E tu invece sì? Non fai nemmeno parte dell’ordine!”

“Non è un problema, se nessuno lo sa.”

“Fammi capire: vuoi andare lì e spacciarti per un cavaliere?”

“Funzionerà.” Sergio è sicuro che sia possibile. La corona raccoglie uomini per mandarli a combattere; chi siano è un dettaglio a cui non verrà nemmeno fatto caso mentre il regno è sotto assedio. Può riuscirci; può passare per uno di loro. Come farà a stare su un campo di battaglia è un altro paio di maniche, uno di cui si preoccuperà a tempo debito. Adesso ha bisogno di mettere in moto il piano che ha elaborato e per farlo è indispensabile il contributo di Martìn. “Basterà che abbia con me il sigillo e l’armatura, ma non posso procurarmeli da solo; devi aprire il forziere.”

“Sei impazzito” dice Martìn. Non è un rifiuto e Sergio non manca di notarlo. “Sei completamente, totalmente---”

“Martìn.”

Martìn distoglie lo sguardo. Il peso della decisione lo grava come un fardello.

“Non me lo perdonerà mai, se lo faccio.”

“Morirà, se non lo fai.”

Martìn butta fuori un respiro pesante. Sergio riconosce il gesto per quello che è: un atto di resa.

“Muoviamoci.”

*

Piove, quando Sergio si reca nelle scuderie. Le gocce d’acqua puntellano l’armatura che è stata di suo padre prima e di Andrés poi, in una linea di successione che il suo nome avrebbe dovuto portare avanti se ne fosse stato all’altezza e in cui, invece, si sta inserendo senza averne il diritto.

Ha un valido motivo per farlo. La sua coscienza deve farselo bastare.

Sergio rilascia una carezza sul muso di Tormenta e la guida attraverso il buio della notte. Deve partire subito per farlo all’insaputa di Andrés e per essere lontano abbastanza quando lui si sveglierà e scoprirà cos’ha fatto. Ha pianificato tutto in modo da impedirgli di prendere iniziative avventate, ma conoscendo suo fratello è meglio porre un ulteriore ostacolo alla sua cocciutaggine.

Sergio tira le briglie di Tormenta per ordinarle di fermarsi davanti a un Martìn completamente fradicio. Lui e Sergio si guardano attraverso la cortina di pioggia battente.

“È troppo grande per te.”

“Non dovresti indossarla.”

“Solo un po’” replica Sergio con il cuore in gola. Dev’essere bloccato sotto quell’ingorgo, il saluto che non riesce a tirare fuori. Potrebbe essere l’ultimo che lui e Martìn si scambiano; potrebbe morire senza aver detto addio a suo fratello.

“Abbi cura di Andrés.”

“E tu abbi cura di te.”

Sergio non si permette di indugiare oltre prima di spronare Tormenta e indirizzarla lontano dalla magione.

*

“Senti questa.” Tormenta è tutta presa dal manto d’erba che le sta facendo da pasto, ma Sergio non si lascia scoraggiare dalla sua indifferenza. “Dov’è che ci si arruola?” chiede rivolto al vuoto, gonfiando esageratamente la voce. “Vedo che hai una spada. Ce l’ho anch’io, come ogni cavaliere che si rispetti. Perché, sai, io sono un cavaliere, come mio padre prima di me e suo padre prima di lu---”

Fa per estrarre la spada, ma quella cade rovinosamente appena la lama valica l’apertura del fodero. Naturalmente, Tormenta sceglie proprio quel momento per dedicargli la sua completa attenzione. Sergio è abbastanza razionale da sapere che il biasimo che crede di leggerle nello sguardo è in realtà quello provato da lui nei confronti di se stesso.

“Sono ancora in fase di rodaggio” dice, per darsi coraggio più che per giustificarsi. Stando al sospiro che gli sale alle labbra, l’obiettivo non è stato raggiunto. “Chi voglio prendere in giro. Ci vorrà un miracolo per farmi entrare nell’esercito.”

“Ho sentito qualcuno invocare un miracolo?” Sergio si volta con un sobbalzo verso il punto da cui la voce è provenuta. Un’ombra maestosa si erge tra spire di fumo color arancio e cremisi, simili alle fiamme di un fuoco che imperversa. Ce n’è anche un’altra, più piccola, che zampetta ai piedi di quella maggiore. “Preparati: la tua salvezza serpentina è arrivata. Ascolta le mie parole: se si scopre che non appartieni all’ordine dei cavalieri, sarà la morte.”

Grazie per l’incoraggiamento.

“Chi sei tu?”

“Forza con quel ventaglio Marsi!” La voce si trasforma in un bisbiglio; poi, con la stessa velocità con cui si era abbassata, torna a ingrossarsi: “Chi sono io? Me lo stai davvero chiedendo?”

“Be’…sì.”

La nuvola di fumo si dirada e la misteriosa creatura viene allo scoperto. Si tratta di un drago, un drago di dimensioni ben diverse da quelle che l’imponenza dell’ombra che proiettava lasciava presagire. Ritto sulle zampe posteriori l’animale supera appena le ginocchia di Sergio; il corpo minuto e affusolato è ricoperto di squame e la schiena è sormontata da un paio d’ali tanto sottili da parere di cartapesta. L’ombra più piccola si scopre appartenere a un grillo munito di antenne che Sergio si ritrova ad associare a un paio di baffi.

“Il mio nome è Silene.”

Sergio trova piuttosto strano il fatto di star interagendo con un drago, ma nemmeno in una circostanza così singolare dimentica le buone maniere che gli sono state insegnate.

“Piacere di conoscerti. Io sono---”

“---il Professore: lo so.”

Sergio non avverte il bisogno di correggere il drago – Silene, a quanto pare: “Chi ti manda?” domanda soltanto.

“I tuoi antenati.”

Il pensiero di Sergio corre a Martìn. Aveva ragione, quindi: gli antenati esistono e vegliano sui membri del loro lignaggio.

“Per…?”

“Essere il tuo angelo custode.”

Tormenta nitrisce a denti scoperti e batte minacciosamente gli zoccoli. Silene fa un salto con cui si porta all’altezza di Sergio, che per sua fortuna ha abbastanza prontezza di riflessi da afferrarla. Si svincola dalla sua presa e si arrampica fino al retro del collo di Sergio per sistemarsi dentro la sua casacca. “Anima e coraggio, gettiamoci nella mischia!” esclama; poi, con un gesto di sollecito rivolto al grillo. “Marsi: i bagagli.”

*

Dopo una galoppata lunga un giorno, raggiungono il campo di addestramento. Una volta sceso da cavallo, Sergio si mette a osservare da posizione defilata il brulicare di uomini accorsi in risposta alla chiamata della corona. Alcuni fanno scontrare le spade in quella che è l’imitazione di un duello, altri si calano in alterchi molto meno simulati, altri ancora formano file dirette al banco di registrazione presso cui esibire lettera di convocazione e sigillo.

Non è ancora entrato a far parte di quella realtà e comincia già a sentirsi un pesce fuor d’acqua.

“Avanti: sfoggia una camminata da vero cavaliere. Pancia in dentro, petto in fuori, spalle larghe, testa alta e passo marziale.”

Sergio cerca di tenere a mente le indicazioni di Silene mentre esce allo scoperto e si fa avanti. Ha l’impressione che il risultato sia un incedere goffo e forzato, quasi caricaturiale, ma evita di soffermarcisi: non sa fare di meglio. Per distrarsi, si concentra sugli scampoli di conversazione che il suo orecchio cattura a mano a mano che avanza.

“Questo medaglione mi proteggerà da ogni male!”

L’autore del proclamo viene colpito da un pugno che lo fa barcollare pericolosamente all’indietro. Quando perde l’equilibrio e rovina per terra, un giovane cavaliere prorompe in una risata il cui suono porterebbe Sergio a schermarsi le orecchie con le mani, se non temesse di risultare scortese agli occhi di lui. “Spero che chiederai il rimborso!” commenta in tono ilare.

“Osservali bene: devi comportarti come loro.”

“Non credo che ne sarò capace.”

“È una questione di atteggiamento. Sii duro come questo qui.”

L’artefice del cazzotto sputa rozzamente per terra. Sergio sta bene attento a nascondere il disgusto che il gesto gli suscita.

“Salutalo con un pugno: è una cosa che i cavalieri fanno.”

Caso vuole che il cavaliere si volti proprio mentre Sergio allunga verso di lui una mano chiusa che finisce per colpirlo alla schiena. Colto alla sprovvista, l’uomo viene sbilanciato in avanti e finisce per urtare un compagno dalla grossa stazza con il viso ricoperto di barba.

“Ehi, Santiago: a quanto pare hai trovato un amico!”

“Dagli uno schiaffo sul sedere: è una cosa da uomini duri.”

Sergio non è convinto della bontà del suggerimento, ma l’emissario inviato dai suoi antenati apposta per aiutarlo ne saprà più di lui su quale sia il comportamento da tenere, giusto?

“Che diavolo fai?!”

Sbagliato.

L’uomo – Santiago – sembra sul punto di aggredire Sergio, ma il grosso cavaliere contro cui è andato a sbattere subentra a placarlo. Malgrado l’aspetto potenzialmente minaccioso è l’unico a non comportarsi come una bestia assetata di sangue; Sergio ha già deciso che è il più simpatico dell’intero esercito.

“Conserva la rabbia per la battaglia, amico mio.”

“Hai ragione, Mirko.” Recuperata la calma, Santiago limita la sua reazione a uno sguardo sprezzante. “Non ne vali la pena, coniglietto.”

Sergio volta le spalle al piccolo manipolo, lieto di potersi tirare fuori dai guai senza averli dovuti realmente affrontare.

Peccato che qualcun altro non sia dello stesso avviso.

“Coniglietto?”

“Silene, per favore---”

“Dimmelo in faccia, brutto rammollito!”

“Rammollito a chi?” tuona furibondo Santiago. Questa volta non sembra incline a lasciarsi fermare dall’intervento di chicchessia. “Ho sfornato sette figli prima di arruolarmi!”

Quello che ha tutta l’aria di essere il comandante esce dalla tenda più grande dell’accampamento. Profilo autorevole, armatura regale, sguardo severo: è esattamente come Sergio lo aveva immaginato. C’è solo una cosa che non risponde all’idea che si era fatto: il sesso.

Si tratta di una donna.

“Soldati!” Al cospetto del richiamo, la zuffa si arresta di colpo. “Chi è il responsabile di questo parapiglia?”

Uno stuolo di dita accusatrici scatta in direzione di Sergio.

“Ha cominciato lui!”

Il capitano segue la direzione indicatagli. Quando intercetta Sergio, il suo sguardo lo trapassa come la più tagliente delle lame.

Sergio si sente rimpicciolire a mano a mano che il capitano gli si avvicina. Se scomparire fosse tra le opzioni a sua disposizione, la selezionerebbe senza indugio.

“Non voglio gente che pianti grane nel mio campo.”

“Fa’ un po’ di scena!”

“Chiedo scusa, Capitano. Sono così, uh, ansioso di andare in battaglia che---”

“Qual è il tuo nome?”

La mente di Sergio inciampa sulla domanda come su di un ostacolo apparso all’improvviso. È stato talmente preso dagli aspetti più macroscopici della farsa da non aver badato ai dettagli.

Non ha pensato al nome falso da fornire.

“Il tuo ufficiale comandante ti ha appena fatto una domanda.”

“Mi chiamo---”

Il sussurro di Silene scivola furtivamente dentro al suo orecchio. “Daniel!”

“Lui si chiama Daniel.”

“Non ho chiesto come si chiama lui, ma come ti chiami tu.”

“Oh, giusto. Be’, allora---”

“---Salvador. Salvador Marquina.”

La risposta di Sergio innesca un’occhiata poco convinta da parte di quello che suppone essere il consigliere della corona, un uomo attempato con una pomposa uniforme insignita del simbolo regio. “Credevo che il primogenito di Marquina si chiamasse Andrés” osserva, la voce carica di diffidenza.

Questa volta Sergio si premura di rispondere con prontezza. “Lui è il secondo.”

“Il secondo? Quanti siete in tutto?”

“Basta così, Prieto: non è un interrogatorio.”

Il Capitano scruta Sergio con applicazione, la mascella serrata e gli occhi ridotti a due fessure strette. Sergio si sente come se potesse strappargli la verità dalle meningi con la sola intensità del suo sguardo.

“Cosa hai fatto alla faccia?”

Sergio sbatte le palpebre, sorpreso. Non immaginava che l’attenzione ostentata dal Capitano fosse rivolta al livido che si è procurato alla giostra.

“Sono--- caduto da cavallo” dice. Non è una bugia, dopotutto.

Il Capitano continua a fissarlo. Non appare dubbiosa né convinta, solo – impassibile. Sergio è bravo a leggere le persone, eppure non riesce a decifrare le intenzioni nascoste dietro a quello sguardo così granitico e insistente.

“Benissimo signori. Grazie al vostro amico Salvador passerete la nottata a rimettere in sesto il campo. Domani comincerà il vero lavoro.”

L’annuncio fa guadagnare a Sergio uno stuolo di occhiatacce. Era già riuscito ad aggiudicarsi l’antipatia dei suoi compagni da solo, ma a quanto pare il Capitano ha deciso che si poteva fare di meglio.

“Sai, devi migliorare nei rapporti sociali.”

Un sospiro è l’unica risposta che Sergio è in grado di offrire a Silene.

*

“Sorgi e brilla, bell’addormentato: è il tuo primo giorno di addestramento!”

Sergio si solleva con uno scatto e inforca gli occhiali in fretta e furia. “Sono in ritardo?” chiede in preda all’ansia. In tutta risposta, Silene gli ficca tra le mani una ciotola che contiene quella che Sergio suppone essere la colazione. Non ha ancora capito da cosa sia composta che Silene ha già cominciato a somministrargli il cibo con la forza, infilandoglielo in bocca con grosse forchettate che rischiano di strozzarlo. “Mangia” ordina a Sergio. “Hai bisogno di essere in forze.” Il frinio che Marsi emette suona come una forma di assenso. “Ascolta il maestro e niente liti, fai il bravo con gli altri a meno che qualcuno non voglia litigare: a quel punto li prendi a calci nel sedere.”

A giudicare dal silenzio che segue, stavolta Marsiglia non è particolarmente d’accordo con la direttiva. A dire il vero, nemmeno Sergio lo è.

“Ma non voglio prenderli a calci nel sedere.”

Per l’ennesima volta, Silene non si mostra attenta alle sue volontà. “Non si parla a bocca piena” dice a mo’ di ammonimento. “Ora fa’ una faccia da cavaliere.”

Rimpinzato com’è, Sergio non ha il pieno controllo dei suoi muscoli facciali; il massimo che può fare è esibire una smorfia maldestra da cui Silene non viene soddisfatta. “Non ci siamo” commenta contrariata. “Devi fare bella figura con il Comandante: è una tosta. Ed è sexy. Perché non ci fai un pensierino?”

“Perché se c’è qualcosa in cui sono un disastro peggiore che con la spada, sono le donne.”

“Cosa? Non hai successo con le donne? Ma se hai fascino da vendere! Non come quel villano di tuo fratello.”

“Veramente Andrés---”

“Bando alle ciance: esci e rendimi fiera!”

*

Quando arriva al campo, Sergio viene accolto dallo stesso trambusto che regnava al suo arrivo. Prieto cerca di ristabilire l’ordine a suon di rimproveri e minacce, ma non ci riesce. La situazione è fuori controllo.

“Ciao Salvador!” Visto il disastroso precedente Sergio non dovrebbe essere sollevato dal fatto di rivedere un volto conosciuto, eppure è proprio così che incontrare Daniel lo fa sentire. “Hai fame?”

“Ti ringrazio, ma ho già fatto colazione.”

“Peccato” si intromette Santiago. Afferra Sergio per il bavero della casacca e lo tira a sé. “Perché ti devo un pugno ripieno.”

“Soldati!” L’arrivo del Capitano salva Sergio da un colpo che considerava già incassato. L’autorità che emana sembra l’unica cosa in grado di fare presa su quella manica di uomini privi d’esperienza e di disciplina. “Vi riunirete veloci e in silenzio ogni mattina. Chi si comporterà diversamente, ne risponderà a me.”

“Wow. Tosta questa.”

Il Capitano non fa mostra d’aver sentito il commento di Santiago, ma quando ne pronuncia il nome, Sergio ha la certezza che non le sia affatto sfuggito.

“Santiago.” Il capitano Murillo mette una freccia al suo arco, poi prende la mira e la scaglia. La punta si conficca in cima a un tronco d’albero così alto che Sergio deve sollevare la testa per percorrerne l’intera lunghezza. “Grazie per esserti offerto: va’ a recuperarla.”

“Lo faccio subito, tesoro.”

Il volto del Capitano resta impassibile; quello di Sergio è disfatto da un cipiglio. Non sarà un esperto nell’arte della guerra, ma ne sa abbastanza da poter dire che non è quello, il modo di rivolgersi a un superiore.

“Un momento, soldato.” Santiago si ferma ai piedi del tronco. Il Capitano gli consegna due dischi di metallo legati ciascuno a un nastro. “Sembra che ti manchi qualcosa: procedi con questi.”

Gravato dal peso dei dischi, Santiago cade all’indietro appena prova a intraprendere l’arrampicata. Gli uomini che lo seguono fanno la stessa, miserabile fine. Sergio si procura una botta alla schiena e la trazione di uno dei due dischi quasi gli sloga un polso.

Il resto dell’allenamento non va meglio, complici la sua incapacità e i continui scherzi di cui è vittima. La notte passata a sgobbare a causa sua non dev’esser stata ancora dimenticata.

Il peggio arriva con i pesi. Sergio riesce a stento a sollevare il bastone a cui sono assicurati; muoversi portandolo sulle spalle è un’impresa impossibile per la sua scarsa resistenza. Per quanto si sforzi di tenere il passo del gruppo, non ci riesce e rimane indietro. I suoi compagni diventano una linea di punti sempre più piccoli e distanti.

Sergio getta la spugna e si lascia cadere per terra. E talmente sfinito che non si preoccupa di disfarsi dei pesi prima di accasciarsi al suolo. Chiude gli occhi e immette tutta l’aria che i suoi polmoni sono capaci di incamerare. Stanco com’è, persino respirare gli risulta faticoso.

Tutt’a un tratto, si sente inspiegabilmente leggero.

Quando solleva le palpebre, incontra la schiena del capitano Murillo. Le sue braccia reggono una coppia di pesi in più: la sua.

*

Nel buio pesto della notte, il tronco si erge simile a un obelisco di pietra. Sergio lo guarda da varie angolazioni, come se non fosse un oggetto inanimato ma un nemico da studiare, con punti deboli da individuare e usare a proprio vantaggio. Sa che in qualche modo è così; sa che un’attenta osservazione è la chiave che permette di aprire tutte le porte e ha giurato a se stesso che non chiuderà occhio fino a quando non sarà passato attraverso quella che il Capitano lo ha sfidato ad aprire.

Si avvicina al tronco per provare a scalarlo. Al primo tentativo perde la presa e cade a terra, esattamente come durante l’addestramento, proprio come alla giostra. Ma non c’è Martìn a riportarlo a casa, adesso, e non c’è Andrés a offrirgli parole di conforto; ci sono soltanto lui e i suoi limiti. Sergio non può eluderli né ignorarli; può solo provare a superarli. Piano piano, un passo alla volta, facendo ricorso a ciò che è già bravo a utilizzare in attesa di diventarlo con la spada: la testa.

Il problema sono i due pesi che lo trascinano giù. Un ostacolo da aggirare, oppure una risorsa da sfruttare.

“Professore.” La voce di Silene è avvolta in un mormorio basso ed incerto. “Che stai facendo? Va’ a riposare.”

“Ho capito.”

“Cosa?”

“Ho capito, Silene.”

Sergio non fornisce ulteriori spiegazioni. Fa passare le fasce attorno ai suoi polsi e poi al tronco, incrociando i due pesi. Trascina verso l’alto le braccia e poi le gambe, facilitandosi il compito con la leva che ha creato. La salita è faticosa, ma non inaffrontabile. Il suo corpo mantiene la stabilità che prima nemmeno trovava.

Nel corso dell’arrampicata Sergio scivola più volte, finendo per perdere terreno, ma non lascia che la cosa lo scoraggi. Sa di potercela fare, e ha ragione.

Senza che se ne renda conto, arriva l’ora in cui l’alba rischiara il cielo. Esclamazioni di sorpresa si levano dalle bocche dei compagni accorsi al campo, persino qualcuna di esultanza, quando Sergio completa la salita e taglia il traguardo.

Il capitano Murillo esce fuori dalla tenda in tempo per assistere alla discesa della freccia. Fissa la porzione di terreno in cui è conficcata, poi alza la testa. Sergio ricambia il suo sguardo dalla cima del tronco.

Forse è posto troppo in alto per poterlo distinguere nettamente, ma lo scintillio che risplende nei suoi occhi ha tutta l’aria di un barlume di orgoglio.

*

“Non devi per forza tenerla così.”

Si tratta del modo in cui impugnava la spada Andrés e suo padre prima di lui. Sergio ha creduto che imitarli non fosse solo la scelta giusta da fare, ma anche l’unica possibile.

Il capitano Murillo sembra pensarla diversamente.

“Prova a mettere le mani di traverso.” Il Capitano si posiziona dietro di lui e oltrepassa i bordi del suo corpo per andare a posare le dita su quelle che Sergio tiene strette intorno all’impugnatura. Il calore provocato dal pelle contro pelle lo coglie totalmente alla sprovvista, come un fiore spuntato tra le sabbie aride di un deserto avverso a ogni forma di vita. “Così.”

Sergio si lascia manovrare fino a quando la presa non diventa quella suggerita dal Capitano. A quel punto, brandisce tentativamente la spada. Per la prima volta da quando ne ha impugnata una, smette di sentirla come un corpo impossibile da governare.

“Meglio?”

La voce del Capitano si riversa direttamente nel suo orecchio. Sergio ha bisogno di un momento per recuperare la concentrazione necessaria a elaborare una risposta.

“Meglio.”

Il capitano Murillo fa un passo indietro. Sergio non sa se la ritrovata distanza lo renda deluso o sollevato, ma in compenso, è certo del fatto che lo aiuti a gestire meglio la situazione.

“Sembra che non ti piaccia combattere.”

Sergio non ritiene di avere ragione di mentire: un dovere non dev’essere necessariamente fonte di piacere per essere adempiuto.

“No, in effetti.”

“E cosa ti piace, soldato Marquina?”

“Pensare.”

Sergio realizza solo dopo averla fornita che una risposta come quella potrebbe essere oggetto di scherno. Il Capitano non sembra vederla in quel modo. “Un’attività insolita per un cavaliere” si limita a dire, con un tono che lascia trapelare della semplice, genuina sorpresa scevra da qualsiasi giudizio.

“Non sono un cavaliere.”

“Sono un cavaliere anomalo.”

“È una cosa buona” commenta il Capitano. “Le persone anomale possono riservare grandi sorprese.”

Sergio si è sempre ritenuto bravo a leggere le persone e a indovinarne le mosse, eppure il capitano Murillo continua a dare risultati diversi da quelli previsti. Dovrebbe spiazzarlo, ritrovarsi davanti a una simile incognita, e invece non gli dispiace affatto.

“Continua a esercitarti: migliorerai.”

*

E in effetti, esercitandosi, Sergio migliora.

Impara a maneggiare la spada in scioltezza, pur non diventando mai particolarmente abile a utilizzarla. Il suo corpo acquisisce una forza di cui non lo credeva capace e, soprattutto, una insospettabile resistenza. Non sarà bravo ad attaccare, ma sa bene come fare a difendersi, a reggere l’urto di onde da cui si aspettava di poter essere travolto e nient’altro.

Il suo rendimento non è l’unica cosa a cambiare; anche il rapporto con i compagni lo fa. Daniel gli sorride sempre più spesso e Santiago non gli mette più le mani addosso. Lo insulta, qualche volta, ma senza intenti realmente malevoli, in un modo che a Sergio ricorda quello in cui Martìn lo prende in giro – soltanto più colorito e irruento. La gentilezza con cui Mirko gli si rivolge non rappresenta un progresso, perché è stata lì fin dal principio, ma fa comunque parte del novero di cose positive di cui gode al momento - una lista che non immaginava di poter compilare e che vede in cima una voce sorprendente: il Capitano Murillo. Il Capitano Murillo con i suoi ammonimenti volti sempre a spronare e mai ad abbattere, con i suoi consigli e i suoi insegnamenti, con la sua mano costantemente tesa verso di lui.

L’obiettivo di Sergio resta tenere al sicuro Andrés, ma forse, in una parte del suo cuore in cui non si permette di andare a guardare, desidera anche renderla fiera di lui.

*

“Quei bambocci sono pronti ad andare in guerra quanto tu lo sei a comandare!”

La voce di Prieto esplode come un tuono. A seguirla è un silenzio piatto che muta presto in una successione ritmata di passi. Lo scalpiccio si interrompe quando il capitano Murillo solleva l’estremità della tenda per uscire all’aria aperta. Se la cadenza del suo incedere faceva pensare a un concentrato di rabbia repressa a fatica, la sua espressione lascia trapelare tutt’altro sentimento, uno meno violento ma più penetrante: delusione.

È qualcosa che Sergio conosce fin troppo bene.

“Per quello che vale, io ti ritengo un grande capitano.”

Sergio si ritrova a parlare senza aver deciso che lo avrebbe fatto. Prima che abbia il tempo di interpretare lo sguardo che gli viene piantato addosso, il Capitano interrompe il contatto visivo e si allontana.

“Te lo avevo detto che era sexy.”

“Cosa? Non---”

“Oh, avanti: ti piace!”

Non gli piace. Semplicemente, la considera in gamba. Forse, a ben pensarci, non solo. La cerca con lo sguardo, è rassicurato dalla sua presenza, si sente desideroso di compiacerla. Gli è capitato di sognarla, una volta, ma è certo che non significhi nulla. Abbastanza certo, quantomeno.

Di sicuro non è un dubbio che ha intenzione di condividere con Silene.

“Non mi piace. Solo--- la capisco.”

*

“Puzzi come un cinghiale.”

Se c’è una cosa che Sergio ha imparato è che la pulizia non è in cima alla scala di priorità dei cavalieri. In questo gli appartenenti alla categoria risultano diversi tanto da lui quanto da Andrés.

Il pensiero di suo fratello lo attraversa come una stilettata. Sergio spera che stia bene e che abbia perdonato Martìn per aver agito alle sue spalle. In quanto a lui, sa di godere di un permesso speciale di cui continuerà a beneficiare nonostante quello che ha fatto.

A meno che non finisca ammazzato.

“Tu invece profumi di rose da campo, proprio come una femmina.”

“Monica detestava che puzzassi. È una delle tante cose su cui mi ha messo in riga.” La menzione a quella che non può che essere la donna che ama fa sembrare Daniel diverso, meno vicino al ragazzo che è e più simile all’uomo che diventerà. “Sono pronto a uccidere tutti gli uomini di Gandìa, se significa tornare da lei sano e salvo.”

“Ti capisco. Lora è una donna meravigliosa. Anche Alma, certo. E Tiara non è da meno!”

“Dovrai decidere da quale di loro fare ritorno, al termine della guerra.”

“Ti invidio, Daniel. Io non sono mai stato amato veramente, ma mi sento pronto per una relazione; voglio sopravvivere a questa guerra per poterla vivere.”

Cala un silenzio cheto, intaccato solo dallo scrosciare tranquillo dell’acqua. Sergio lo trova rilassante, ma a quanto pare Daniel non è dello stesso avviso.

“E tu?” Sergio non ha bisogno di sollevare lo sguardo per capire di essere il destinatario della domanda. “Nessuna donna ad aspettarti?”

Sergio deglutisce nervosamente. Si è sempre detto di non avere spazio per l’amore, ma la verità è che ha paura di scoprire cosa accadrebbe se gliene facesse. Il suo piccolo mondo è sempre stato troppo confortante da abitare per pagare il fatto di essere così ristretto. Preferisce farselo andar bene che affrontare lo sforzo che comporterebbe allargarlo, aprirlo a persone che non siano già note e fidate come Andrés e Martìn – persone che potrebbero giudicarlo, ferirlo e deluderlo.

Anche se il capitano Murillo---

“Nessuna donna.”

“Davvero? Cavolo, sei un gran bell’uomo!”

“Quello che dico anch’io.”

Silene.

“Come scusa?”

“Ho detto: ti ringrazio.”

“Pura verità” replica sicuro Daniel. “Ti auguro di trovare qualcuno al più presto: l’amore ti cambia, amico.”

Daniel è quanto di più diverso esista da Andrés, eppure nell’atto di elargire quella massima finisce per ricordarglielo terribilmente.

“Conosco una persona che sarebbe d’accordo.”

*

Daniel, Santiago e Mirko si ritirano nelle rispettive tende. Sergio decide di intrattenersi ancora un po’, per scrollarsi di dosso la nostalgia di Andrés ed evitare di portarsela a letto, dove gli guasterebbe il sonno.

È solo, o almeno così crede fino a quando qualcuno non riemerge dall'acqua. Qualcuno che non è un suo compagno d’armi; qualcuno che non è un uomo.

Sergio impiega un attimo di troppo a coprirsi gli occhi. Quando lo fa, l’immagine del corpo nudo del capitano Murillo gli resta incollata alle retine.

“Mi perdoni, Capitano” farfuglia, il palmo piantato davanti al viso a mo’ di separatorio. “Io non---”

“---credevo che anche le donne si lavassero?” Sergio intuisce la fuoriuscita del Capitano dallo stagno attraverso lo scroscio dell’acqua che viene smossa, il rumore dei passi che si susseguono, il fruscio della stoffa che si dispiega. “Non scusarti: non sono una persona pudica.” Solo allora si decide a rimuovere la mano. Il Capitano è avvolto da un asciugamano che gli lascia le gambe scoperte. Sergio ne percorre la lunghezza con lo sguardo prima di risalire all’altezza del suo viso. “E smettila di essere così formale. Andiamo in guerra, non a una cena di corte.”

Sergio non ribatte. Si aspetta di essere lasciato solo, ma non è quello che accade.

“Quindi hai preso il posto di tuo padre.”

Sergio stabilisce che il modo più sicuro di affrontare l’argomento è non sbottonarsi troppo. “Volevo che fosse orgoglioso di me” si limita a dire. La stretta che gli comprime il cuore dimostra che non sarà la verità, ma che di certo non è una bugia.

“Anch’io.” La replica del Capitano – di Raquel – arriva inaspettata, così come la confidenza che le fa seguire. “Quando ero piccola preferivo le spade di legno alle bambole. Prieto ripeteva sempre che certi giocattoli non si addicono alle bambine; lui invece ne prendeva uno e mi sfidava a duello. Il giorno in cui gli ho detto di voler seguire le sue orme ha risposto: so che mi renderai fiero. Vedeva in me qualcosa che nemmeno io sono capace di vedere.”

Quelle parole toccano qualcosa dentro Sergio, la stessa corda che viene pizzicata ogniqualvolta il ricordo di suo padre torna a offrirgli un’immagine di lui a cui sente di non corrispondere.

“Il mio piccolo professore.”

“Non voglio essere---”

“---una delusione.”

Il silenzio che cala è carico di reciprocità e vicinanza, di comprensione. Andrés non gli ha fatto mai mancare nulla, ma questo è qualcosa che semplicemente non ha potuto dargli. È sempre stato in grado di ricoprire il ruolo che si supponeva dovesse occupare, sempre pronto, sempre impeccabile, sempre all’altezza della situazione. Troppo diverso da Sergio, per poterlo davvero capire.

“Per quello che vale…” Sergio non fatica a riconoscere nelle parole di Raquel quelle che lui stesso le ha rivolto. “…credo che tu sia un buon cavaliere. Ottimo sarebbe stato troppo.”

Sergio dovrebbe essere lusingato, e invece è un’altra la cosa che si sente: colpevole. Enormemente, terribilmente colpevole, colpevole di una colpevolezza acuta e soffocante che gli fa venir voglia di strapparsi via la maschera e gettarla, qualunque cosa accada, costi quel che costi.

“Raquel---”

“Cosa?”

“Io---” “Ci sono cose che non puoi permetterti di dire. Un giorno capirai.” “Ti ringrazio. Per la fiducia che riponi in me.”

Raquel fa un passo in direzione delle tende, mostrando l’intenzione di andare nella propria.

“Ho stima di te. La fiducia dovrai guadagnartela sul campo.”

Sergio si domanda che possibilità abbia un bugiardo di fare una cosa simile.

“A proposito di campo: cerca di risposare. Domani ci metteremo in cammino.”

*

Un fischio si libra nell’aria e uno scoppio lo segue. La tenda che copre il carro dell’artiglieria viene squarciata da quella che è indubitabilmente un’esplosione. Lo strappo rivela la figura sottile di Silene che indica Marsiglia nel tentativo di scaricargli addosso una colpa che non gli appartiene.

“Cos’è successo?” Raquel cerca di tenere a bada il suo destriero, ma a giudicare dal tono allarmato che utilizza, è la prima ad essere agitata. “Maledizione, Sergio: hai rivelato la nostra posizio---”

Prima che la frase giunga a compimento, una freccia apparsa dal nulla va a piantarsi nella spalla di Raquel. Ne seguono altre con la punta accesa, scie di fuoco che cadono addosso agli uomini e sopra la neve, scavando delle buche al suo interno. I membri del battaglione si spostano all’unisono nel tentativo di sottrarsi ai colpi di quella pioggia incandescente.

Sergio cerca Raquel con lo sguardo. “Salvate l’artiglieria!” grida lei.

È troppo tardi per riuscirci: sta per saltare tutto in aria. Quando lo capisce, Sergio libera Tormenta dal morso delle briglie e le sale in groppa. “Via!” urla a pieni polmoni.

Si allontanano abbastanza in fretta da non essere travolti dall’esplosione, ma non abbastanza da evitare l’onda d’urto che la stessa genera. Sbalzato via dalla sella, Sergio precipita nella fitta coltre di neve; Silene ci affonda dentro e riemerge poco dopo con dei fiocchi incollati alle scaglie e un’occhiata risentita in viso.

“Certo: salva il cavallo!”

Sergio afferra Silene con una mano e la spada con l’altra. Si tira in piedi e comincia a correre, e Tormenta con lui. Gli altri hanno preso posizione e iniziato a fare fuoco a un ritmo scandito dagli ordini del Capitano.

“Fermi!”

È come se il richiamo di Raquel portasse l’intera realtà a immobilizzarsi: le frecce, i soldati, persino l’aria intrisa di gelo. L’unica cosa a restare in movimento sono le spire di fumo che l’esplosione ha sparpagliato nel cielo. Il loro diradarsi è lento, carico di una tensione silente che vibra nell'aria come elettricità. Quando si esaurisce, rivela la presenza di Gandìa e del suo esercito. È composto da decine e decine di uomini a cavallo, una marea pronta a scatenarsi.

La voce di Raquel si leva con fermezza solenne. “In posizione. Se moriremo, lo faremo con onore.”

Sergio stringe i pugni attorno all’elsa e si mette in posizione d’attacco. Il suo sguardo intercetta il riflesso che la montagna innevata proietta sulla lama. L’immagine fa scattare qualcosa dentro di lui, un senso di chiarezza che lo porta ad afferrare l’esplosivo sorretto da Santiago e a convogliare tutte le sue forze in una corsa a perdifiato.

“Salvador! Salvador, torna qui!” Sergio si mostra sordo al richiamo. Continua a correre e si ferma solo quando raggiunge il punto che secondo i suoi calcoli è adatto al suo scopo. Se si riveleranno sbagliati sarà la fine per lui, per i suoi compagni e per l’intero paese; ma non c’è tempo per indugiare nel dubbio. “Salvador!”

Sergio pianta l’esplosivo nella neve. Il rumore degli zoccoli lo assorda mentre si sforza di prendere la mira.

“Se vuoi accenderlo, è il momento giusto” afferma Silene con impazienza. “Sergio, fa’ presto!”

Sergio tira fuori dall’armatura un ciottolo. Lo sfrega contro un disco di pietra per ottenere una scintilla, ma non ci riesce. Quando il grido di Gandìa gli fende le orecchie, capisce che non può permettersi ulteriori tentativi a vuoto.

“Fallo tu.”

“Cosa?”

“Accendilo!”

Silene lo fa: spalanca la bocca e colpisce la miccia con una fiammata. L’esplosivo si conficca nel fianco della montagna come una freccia.

“Come hai fatto a mancarlo?!”

Sergio non lo ha mancato. Non era Gandìa, il suo bersaglio, ma esattamente il punto che è andato a colpire.

Il piano funziona: la neve si stacca dalla parete rocciosa e comincia a cadere. L’esercito di Gandìa viene falcidiato dalla potenza della valanga. Uomini, cavalli, armi; tutto viene spazzato via come se fosse cenere che una folata di vento basta a sollevare. Ribollente di rabbia per il tranello in cui lo ha fatto cadere, Gandìa si scaglia contro Sergio con l’intenzione di colpirlo a morte. Lui riesce a scansarsi, ma non abbastanza in fretta da evitare del tutto la lama nemica, che gli scava sul fianco un taglio profondo. Il dolore procuratogli dalla ferita gli risulta irrilevante con Raquel che è un passo dall’essere travolta.

Sergio le porge la mano e, una volta che Raquel l’ha afferrata, comincia a correre. Daniel, Jakov e Mirko gli vengono incontro per prestargli soccorso, ma cambiano idea quando realizzano di non potere nulla davanti all’avanzata della valanga. Tutti scappano nella direzione opposta a quella tracciata dalla discesa della neve. Tutti, tranne Tormenta, che galoppa fino a Sergio per consentirgli di salirle in groppa. Sergio offre il suo braccio a Raquel affinché lo usi come leva per issarsi, ma la neve li investe e li seppellisce. Sergio riaffiora quasi all’istante, ma ritrovare il respiro non gli concede alcun sollievo. Non può provarne, mentre Raquel è ancora sepolta.

“Raquel!” chiama con il cuore in gola. “Raquel!”

Sergio si guarda intorno con urgenza, con disperazione. Vede soltanto bianco, bianco e ancora bianco, un bianco nitido e quasi accecante da cui si sente come risucchiato malgrado ne abbia appena vinto la morsa. Poi, finalmente, vede Raquel. Sprona Tormenta con un colpo deciso dei talloni e le fa segno di accostarsi a lei. E priva di sensi, ma viva, e tutto ciò che Sergio desidera è raccoglierla e portarla via, dove possa riprendersi e stare al sicuro.

Silene gli salta sulla schiena mentre adagia il corpo di Raquel davanti a sé. Ora sono tutti insieme, ma la neve continua a trascinarli, traghettandoli verso un baratro che è sempre più vicino, sempre più minaccioso. Sergio non può fare nulla per evitare la caduta, ma può riflettere su come tornare su. Può pensare.

“Nella vita non serve solo saper combattere, Sergio. Il valore di un uomo può risiedere in tante altre cose.”
“Per esempio?”
“In questa, per esempio.”

“Moriremo, stavolta moriremo!”

Precipitano nel burrone. Sergio si estranea completamente, dimenticando il vuoto che si apre sotto di loro, confinando fuori dalla sua testa le urla terrorizzate di Silene. Tutta la sua concentrazione è rivolta al nodo che ha da stringere, a quest’ancora di salvezza che non deve soltanto lanciare in mare, ma costruire con le proprie mani.

Può farcela. Può riuscirci.

Con la forza dettata dalla convinzione, Sergio incocca la freccia e libera il colpo. La corda che ha agganciato all’asta risale fino ad attraversare l’orlo del precipizio. Passa un istante lunghissimo in cui la caduta sembra risucchiarli in maniera inesorabile, poi la faccia di Daniel fa capolino oltre lo spuntone di roccia da cui hanno preso il volo.

Le sue mani reggono l’altra estremità della fune.

“Tirate!”

La trazione è fortissima, troppo perché Daniel possa esserne l’unico artefice. Quando la sua visuale si amplia abbastanza da abbracciare la parte superiore del dirupo, Sergio ha la conferma che Santiago e Mirko sono impegnati a tirare con lui. Sono ansanti e rossi per lo sforzo in cui si stanno prodigando, ma smettono di effettuarlo solo quando anche l’ultimo zoccolo di Tormenta è tornato a poggiare sulla terraferma.

“Indietro ragazzi, fateli respirare!”

Raquel riprende conoscenza. Sergio si china alla sua altezza per assicurarsi che stia bene.

“Salvador” lo chiama Raquel, stanca ma presente a se stessa. “Sei il cavaliere più pazzo che abbia mai conosciuto; per questo ti devo la vita. Da oggi hai la mia fiducia.”

“Un urrà per Salvador, il più coraggioso di tutti!”

“Sei il re della montagna!”

Il calore che Sergio avverte viene sostituito da una fitta che lo porta a piegarsi su se stesso. La voce di Raquel si fa distante e ovattata, come se fosse un’eco che proviene da lontano e non un suono che si leva a pochi passi da lui.

“Salvador.” Sergio vorrebbe essere in grado di riprendersi anche solo per tranquillizzarla, ma non ci riesce. Le immagini davanti ai suoi occhi si fanno confuse e le sue ginocchia cedono, facendolo cadere nella neve. L’unica cosa che continua a percepire, seppur debolmente, è Raquel: la sua voce allarmata, il suo tocco gentile, la sua presenza solida. “Salvador, coraggio; tieni duro.”

Poi, tutt’a un tratto, più niente.

*

Sergio apre faticosamente gli occhi. Confuso e rintronato, strizza le palpebre per mettere a fuoco l’ambiente circostante. Vede la tela scura della tenda, poi il bordo di una branda, infine il proprio torace fasciato.

È stato ferito. È stato ferito, ma non importa, perché Gandìa è sconfitto. Non importa, perché Raquel è sana e salva.

Come evocata da quel pensiero, Raquel fa il suo ingresso in quell’infermeria improvvisata. Il sorriso che Sergio abbozza gli muore sulle labbra quando incontra l’espressione impressa sul suo viso. È scura, tagliente, infinitamente peggiore di quella che gli ha rivolto quando ha creduto che fosse responsabile del disordine al campo.

La spiegazione di cui Sergio è alla ricerca gli viene fornita dal sigillo che Raquel fa cadere ai piedi della branda, il sigillo di cui si è appropriato convinto di poterlo far passare per proprio. Non puoi controllare tutto, fratellino commenta Andrés in un angolo della sua mente, e per la prima volta Sergio è costretto a dargli ragione. Non era a conoscenza del fatto che nel metallo fossero incise---

“Le iniziali del cavaliere.” Raquel sputa le parole con tutto il disprezzo di cui è capace. “Sono riportate su ogni sigillo. Non lo sapevi, vero? Certo che no: non fai parte dell’ordine.”

“Raquel---”

“Capitano.”

Raquel stronca una frase che Sergio non avrebbe saputo come completare. D’altronde, farlo sarebbe servito a poco. Il valore delle parole è commisurato a quello dell’uomo che le pronuncia e lui è appena diventato una nullità, agli occhi di Raquel.

Per quello che ha fatto rischia di essere giustiziato, ma è quel solo, singolo pensiero a catalizzare le sue paure: ha deluso Raquel e, con ogni probabilità, l’ha perduta per sempre.

Non l’hai mai avuta lo ammonisce una voce dentro la sua testa. Stavolta non appartiene ad Andrés, ma a quella coscienza sempre pronta a sbattergli in faccia la sua inadeguatezza, il fatto accertato e incontrovertibile di non essere abbastanza, checché ne pensasse suo padre.

“Per favore: posso spiegare.”

La supplica è una scia che si spande alle spalle di Raquel senza raggiungerla. Combattendo contro i residui di dolore che ha in corpo, Sergio si alza per riconcorrerla, per provare ad arrivare con i gesti là dove le parole non sono state capaci di giungere, ma viene bloccato appena varcata la soglia della tenda.

*

“Lasciami!”

“Sapevo che c’era qualcosa di strano in te” sibila velenoso Prieto. “Non sei un cavaliere!”

Non ha più senso nascondersi e, pertanto, Sergio decide di uscire allo scoperto. “No.” L’ammissione genera un brusio di sorpresa che non si è ancora esaurito quando riprende la parola. “Mi chiamo Sergio Marquinha. Mi sono arruolato per salvare mio fratello. Ha problemi di salute; non era in condizioni di combattere. Era l’unico modo!”

Raquel è come impermeabile alle sue parole. Estrae la spada con un gesto secco e solo allora Prieto molla la presa sul suo braccio e lo lascia libero. Sa che non può andare da nessuna parte, ora che il suo destino è stato stabilito.

Daniel, Santiago e Mirko corrono verso Prieto in un atto di veemente protesta, ma lui gli rivolge un gesto che dice state fermi! e che a loro non resta che assecondare. Non hanno il potere di fare nulla; nessuno ce l’ha.

Sergio abbassa la testa, arreso. Aspetta di sentire la lama che gli attraversa la carne, ma non succede. Apre gli occhi cautamente e ciò che incontra è una spada riversa nella neve.

La spada di Raquel; la spada che avrebbe dovuto ucciderlo.

“Una vita per una vita: ho pagato il mio debito.”

Lo sguardo duro di Raquel abbandona Sergio per fissarsi sugli altri. “In marcia” comanda.

La faccia di Prieto è un misto di contrarietà e sbalordimento. “Ma tu non puoi---”

“Ho detto: in marcia.”

Questa volta non si leva alcuna opposizione: i soldati obbediscono e Prieto non può far altro che imitarli. Raquel è l’ultima a incamminarsi. Ancora inginocchiato nella neve, Sergio la guarda fisso, con la speranza sciocca e irrazionale di vederla fermarsi, voltarsi e capire.

Niente di tutto questo accade.

*

“Ci mancava tanto così, tanto così, per sbalordire gli antenati. Accidenti. Tutto il mio grande lavoro andato in fumo!”

Silene parla e Sergio neanche l’ascolta. È accovacciato con le ginocchia raccolte al petto, incurante del freddo che lo penetra fin dentro le ossa. Deve sembrare un bambino sperduto, visto da fuori, ed è esattamente così che si sente: abbandonato, abbattuto, triste; solo.

“Non avrei mai dovuto lasciare casa mia.”

Il frinire concitato di Marsiglia ha l’aria di una contestazione.

“Marsi ha ragione: sei partito per salvare la vita di tuo fratello. Chi poteva sapere che sarebbe stato un totale disastro?”

“Forse non l’ho fatto per Andrés” ammette mestamente Sergio, rivolto a se stesso più che a Silene. Prende l’elmo poggiato accanto a sé e se lo porta all’altezza del viso, in modo che gli faccia da specchio. “Forse quello che volevo veramente era dimostrare che riuscivo a cavarmela; che potevo farcela. Volevo vedere riflessa un’immagine di cui essere orgoglioso. Invece non vedo niente.”

Sergio getta via l’elmo con un gesto frustrato. Un attimo dopo se lo ritrova nuovamente sotto al naso, due zampette rosse a sorreggerlo.

“Sai, il compito di aiutarti non mi è stato assegnato per caso. C’è un motivo, se gli antenati mi hanno scelta.”

“Quale?”

Silene si specchia a sua volta nel metallo. L’espressione che le viene restituita è piena di una tristezza che Sergio non le ha mai visto addosso.

“Diciamo che anch’io avevo una certa immagine di me da guadagnarmi…e anch’io ho fallito.”

È tutto ciò che si concede di dire. Sergio evita di porre domande, nel rispetto del silenzio in cui si è rifugiata.

“Dovrò affrontare Andrés, prima o poi.”

“Tuo fratello ti adora. Vedrai che capirà. In caso contrario, dovrà vedersela con me.” Silene si arrampica lungo il braccio di Sergio e si pianta sopra la sua spalla. La sua voce è carica di affetto quando gli dice: “Abbiamo cominciato insieme e andremo fino in fondo. Sono il tuo angelo custode, ricordi?”

Quando Marsiglia saltella nella sua direzione, Sergio apre la mano per accoglierlo al centro del palmo.

“Forza: andiamo a casa.”

Alle parole di Sergio segue una sfilza di tonfi, poi di versi, un misto preoccupante di ringhi e grugniti.

“Che cosa---?”

Sergio si sporge verso il punto da cui i rumori provengono. Davanti ai suoi occhi, i soldati di Gandìa si tirano fuori dal mucchio di neve che li aveva sotterrati.

Sergio dovrebbe essere tutto preso dal pericolo e invece pensa ad Andrés che ha bisogno di stare al sicuro, a Martìn che ha rischiato tutto per coprirlo, a suo padre che credeva in lui; pensa a Raquel e a quanto sia sbagliato che quello in cui si sono lasciati sia il modo in cui la loro storia finisce; pensa a Silene e a Marsiglia che sono con lui e che lo resteranno fino alla fine.

Pensa che, forse, l’immagine che tanto desidera conquistare è ancora a portata di mano.

Recupera ciò che gli occorre e monta Tormenta.

“Sergio” lo chiama Silene. “Casa è da quella parte.”

“C’è una cosa che devo fare.”

“Ma dico, li hai visti? Sono spuntati dalla neve come margherite!”

“Siamo insieme o no?”

Marsiglia emette quello che alle orecchie di Sergio suona come un verso di incitamento. A giudicare dal modo in cui rotea gli occhi, Silene deve averlo interpretato allo stesso modo.

“Cos’è, vi siete coalizzati contro di me?” Silene resta a fissarli con sdegno prima di portarsi con un balzo sulla coscia di Sergio. “E va bene: andiamo a spaccare qualche culo.”

*

“Capitano!”

Il cavallo di Raquel marcia imperterrito verso l’ingresso del palazzo reale. L’unico modo che ha Sergio di ottenere l’attenzione che ricerca è avvicinarlo.

“Che ci fai qui?”

La domanda di Raquel è fredda, quasi accusatoria. Per quanto male gli faccia il fatto che lei gli si rivolga in quel modo, Sergio non può indugiare.

“Gandìa è vivo e ha ancora un esercito. Sta per---”

“Tornatene a casa. Questo non è il tuo posto.”

“Li ho visti, devi credermi!”

“Perché dovrei?”

Sergio sprona Tormenta in modo che vada a sbarrare la strada a Raquel. “Perché altrimenti non sarei tornato” risponde, deciso. “Hai detto che ti fidavi di Salvador. Perché con Sergio dovrebbe essere diverso?”

Raquel riprende la cavalcata senza concedergli alcuna risposta. Gli altri mostrano una certa confusione, ma nessun rancore. Sergio vorrebbe scendere da cavallo e abbracciarli uno per uno, per questo, ma ci sono cose più urgenti di cui occuparsi.

“Tenete gli occhi aperti” li raccomanda. “So che sono qui.”

*

“E ora dove vai?”

“A cercare qualcuno che mi creda.”

Sergio si lascia alle spalle la perplessità di Silene per inoltrarsi tra la calca di sudditi accorsi a festeggiare. Lo spiazzo è decorato con insegne e vessilli che lunghe corde ancorano al palazzo e che celebrano il trionfo della corona sull’usurpatore.

Un trionfo che rischia di aver vita drasticamente breve.

“Signore, il re è in pericolo!”

“Gandìa e i suoi uomini sono qui!”

“Dobbiamo fare qualcosa!”

“Per favore!”

Le richieste di aiuto che distribuisce sono liquidate con occhiate di traverso e spintoni. Nessuno è disposto a farsi rovinare la festa da quello che viene recepito come l’inutile allarmismo di un perfetto sconosciuto. A Sergio non resta che prenderne atto e tornare da Silene con in mano nient’altro che un pugno di mosche.

“Nessuno mi ascolta.”

“Non sei più un soldato, ricordi?”

Un coro di grida impaurite lacera l’aria, neutralizzando il clima di festa che l’aveva precedentemente impregnata.

Sergio si volta di scatto verso la facciata del palazzo. Vede una guardia riversa in una pozza di sangue e poi il re che viene trascinato di forza all’interno.

Raquel quasi sbatte contro il portone nel tentativo di entrare prima che venga richiuso. Il suono dei suoi pugni che battono contro il legno si mescola a quello tetro della risata di Gandìa.

*

Capeggiati da Raquel, i soldati battono l’estremità di una statua contro il portone nel tentativo di sfondarlo. Sembra fin troppo solido per essere abbattuto e, se anche fosse possibile farlo, non lo sarebbe di certo in tempi utili a intervenire. Devono muoversi in maniera tempestiva se vogliono avere la possibilità di salvare la vita al re e di tenere il paese lontano dalle grinfie di Gandìa.

Sergio si guarda intorno, alla frenetica ricerca di un’alternativa adatta all’esigenza di agire in fretta. La trova nella fila di colonne che dalla base del palazzo salgono fino alle finestre affacciate sull’interno.

“Ragazzi! Mi è venuta un’idea!”

Sergio strappa una striscia di stoffa dalla casacca che indossa e la avvolge attorno al marmo per riciclare la tattica di arrampicamento a cui ha fatto ricorso per recuperare la freccia. I suoi compagni si accostano alle colonne e fanno lo stesso.

“Cavolo, Sergio: sei proprio un genio!”

Prima che Sergio incominci la scalata, la sua attenzione viene richiamata dal tocco che qualcuno dispensa contro la sua spalla.

Si tratta di Raquel.

Lei e Sergio si scambiano un cenno di intesa e, con gesti perfettamente coordinati, iniziano a salire.

*

Gandìa incombe sul re con aria minacciosa, ma lui non lascia trapelare alcun timore – non dalla postura perfettamente retta, non dal viso serenamente disteso, non dallo sguardo fiero e limpido. Gandìa avrà pure la stazza di un armadio, ma è il sovrano a sembrare il più imponente tra i due.

“Cedimi la corona e ti risparmierà la vita.”

“Mai.”

Gandìa ritrae il braccio per preparare un colpo che si preannuncia mortale, ma quando lo sferra, la sua spada si scontra con quella di Raquel. Il duello è un concerto di clangori metallici di cui Sergio e gli altri approfittano per entrare in azione.

“Mirko: prendi il re!”

Mirko lo fa: si mette il re in spalla e si lancia giù dal palazzo attraverso una delle corde che conducono verso il basso, là dove i sudditi se ne stanno ammassati con il naso rivolto all’insù e il cuore carico di ansia. Dopo essersi assicurato che tutti abbiano toccato terra, Sergio torna a rivolgere la propria attenzione al combattimento, appena in tempo per vedere Raquel che viene disarmata e atterrata.

“Cosa stai aspettando? Vieni giù!” grida Daniel sbracciandosi, ma Sergio è fisicamente incapace di staccare lo sguardo da Raquel riversa a terra.

Non può abbandonarla. Non vuole.

Sergio raccoglie la spada di Raquel per recidere la fune lungo cui gli altri hanno effettuato la loro discesa. Butta l’arma a terra e si fionda accanto a lei, ignorando il verso frustrato che Gandìa emette per aver visto sparire l’unica strada tramite cui avrebbe potuto inseguire il re. L’unica che Sergio avrebbe potuto usare per scappare.

Nel tempo che Sergio impiega ad aiutare Raquel a sollevarsi, Gandìa è già tornato all’attacco. Raquel allontana Sergio con una mano e con l’altra tira fuori il pugnale che teneva nascosto tra le maglie dell’armatura, ma Gandìa glielo strappa prim’ancora che possa provare a brandirlo contro di lui.

“Tu mi hai portato via la vittoria!”

Dall’angolo in cui Raquel lo ha spinto, Sergio può vedere Gandìa protendersi in avanti per avventarsi su di lei. Raquel è ferita e disarmata; se Sergio non si inventa qualcosa, non avrà alcuna speranza di farcela.

“No.” Il qualcosa assume la forma della scarpa che Sergio lancia contro la schiena di Gandìa. Una soluzione rozza, ma che basta a distogliere la sua attenzione da Raquel e ad attirarla su di sé. “Sono stato io.”

Gandìa lo studia fino a quando il suo sguardo non viene acceso da un barlume di riconoscimento. “Il soldato della montagna” mormora, sporgendosi verso di lui con un fare che promette vendetta.

Sergio si dà alla fuga. I passi che si levano alle sue spalle rivelano che non è il solo a correre lungo il corridoio.

“Qual è il piano?” domanda Silene affiancandolo.

“Be’…”

“Non hai un piano?!”

“Sai, invento tutto…” Attraverso la stessa finestra da cui è entrato, Sergio scorge una torre su cui degli uomini in divisa stanno di guardia. E come se la visione accendesse una luce dentro la sua testa, luce che rivela esattamente quello che andava cercando. “…sul momento.”

Sergio si infila in una sala tappezzata di rosso. Gandìa lo segue a ruota e inizia a fendere l’aria con una scarica di colpi sferrati in successione. Sergio li scansa tutti, perché non sarà diventato un cima ad attaccare, ma ha imparato bene a difendersi.

Proprio per difendersi si appiattisce contro un’asse di legno che Gandìa riesce a sradicare. Crollando, quella buca la parete laterale della stanza e si inclina verso l’esterno. Sergio vi resta appeso a penzoloni prima di riuscire a issarcisi sopra.

È come trovarsi su una passerella sospesa nell’aria. Davanti ha Gandìa, dietro il vuoto. L’unica opzione che gli resta è saltare.

Così, lo fa. Si aggrappa al bordo del tetto e fa leva sulle braccia per salirci sopra. Lo sforzo è di quelli che in un passato nemmeno troppo remoto lo avrebbero fatto soccombere, ma adesso è allenato abbastanza da poterlo affrontare senza rimetterci i polmoni o l’integrità di qualche arto.

Una volta raggiunto il punto più alto del palazzo, Sergio si trova esattamente di fronte alla torretta su cui ha spedito Silene. Alza le mani all’altezza del viso per prendere le misure, proprio come ha fatto in vista del colpo alla montagna.

Gandìa lo raggiunge con un balzo. Lo bracca, in faccia il ghigno del predatore che ha messo in trappola la propria preda.

“Sembri a corto di idee.”

“Non esattamente.”

Sergio si abbassa per schivare la lama spinta verso di lui a tradimento. Rialzandosi colpisce la mano con cui Gandìa regge la spada, abbastanza forte da farle perdere la presa attorno all’elsa. Con un riflesso carico di prontezza, afferra l’arma mentre è in caduta, ma non per infilzare Gandìa; l’obiettivo è il mantello che indossa, mantello di cui Sergio fissa l’orlo a terra trafiggendolo con la punta di metallo.

“Silene!” urla forte. “Ora!”

Sergio si lancia giù dal tetto e afferra al volo un’altra delle corde affisse al palazzo. Bloccato sul posto, Gandìa è impossibilitato a inseguirlo. Sergio si lascia scivolare per una manciata di metri, poi molla la presa per evitare di essere investito dall’onda d’urto del razzo che sta andando a schiantarsi contro Gandìa.

Cadendo atterra rovinosamente su qualcuno.

Raquel.

Ancora stesi a terra, lei e Sergio si guardano mentre il silenzio viene progressivamente soppiantato da un rumore. All’inizio Sergio non riesce a identificarlo, ma quando si fa più alto capisce di cosa si tratta: applausi.

Applausi forti, scroscianti, provenienti da ogni angolo.

E tutti per lui.

*

Una distesa di pelle olivastra al posto delle squame, un caschetto di capelli in luogo delle orecchie a punta, una bocca tesa in un largo sorriso a sostituire il muso.

Silene è totalmente diversa, eppure è sempre la stessa.

L’impeto con cui gli si getta addosso gli fa quasi perdere l’equilibrio. Recuperata la stabilità perduta, Sergio stringe Silene a sua volta. Registra distrattamente il fatto che è il primo abbraccio che riceve e dà a una persona esterna alla sua famiglia, o forse no: forse è più giusto dire che con l’arrivo di Silene la sua famiglia ha acquisito un nuovo membro.

“L’immagine di te che avevi da guadagnarti.”

“Ti piace?”

“Sei perfettamente tu.”

“Lo prendo per un sì.”

Sergio e Silene si staccano l’uno dall’altra, ma restano vicini, occhi negli occhi e mani giunte.

“Ho passato un bel po’ di tempo a osservare la tua famiglia. Non parlo soltanto di te e tuo fratello, ma di intere generazioni. Tutto ciò che avete fatto, le emozioni che avete provato…Occupare un posto tra gli antenati è onorevole, certo, ma vivere mi è sempre sembrata più allettante come prospettiva. Ora posso finalmente farlo.”

Sergio sente di poter dire la stessa cosa di se stesso. È stato un semplice spettatore fin troppo a lungo; adesso che ha preso in mano le redini della sua esistenza, non ha alcuna intenzione di mollare la presa.

“Grazie, Silene” dice sentitamente. “Per essere stata il mio angelo custode.”

“A te per essere stato il mio.”

*

Quando Sergio torna a casa, Andrés è lì ad aspettarlo. Lo guarda avanzare verso di lui con un’espressione imperturbabile incollata alla faccia, poi scatta in avanti e lo racchiude nell’abbraccio più forte che Sergio abbia mai ricevuto.

“Non farlo mai più.”

Se possibile, Sergio lo stringe ancora di più.

“Allora smettila di essere testardo. Fa’ ciò che serve per guarire.”

Andrés arretra appena. Le sue mani si spostano dalle braccia di Sergio ai lati del suo viso. Tremano, ma Sergio ha la netta sensazione che non sia a causa della malattia. “D’accordo” gli concede Andrés, e la sincerità del tono che impiega garantisce a Sergio che non ci saranno scuse né ripensamenti a macchiare quella promessa.

Sergio ispeziona lo spazio alle spalle di Andrés. Il vuoto che incontra ha i contorni di una sagoma ben precisa.

“Martìn?”

“Chissà. Forse è a ordire un altro complotto ai miei danni.”

“Andrés, per favore.”

La voce di Andrés si fa dura e tagliente. “Non provare a difenderlo: ti ha messo in pericolo.”

“L’ho praticamente costretto.”

“Davvero? E come? Minacciandolo con la spada che non ti aveva ancora aiutato a rubare?”

“Gli ho detto che saresti morto, se fossi stato tu a partire.” La replica al veleno che Andrés era pronto a fornire muore sul fondo della sua gola. “È innamorato di te.”

Andrés distoglie lo sguardo, e Sergio ha l’impressione che ciò su cui lo ha realmente puntato non sia posto al di fuori di lui. “Me ne occuperò” dice alla fine, senza alcuna inflessione nella voce.

Sergio sa che non c’è altro che possa dire. Sa anche che poche cose sono più grandi dell’orgoglio di suo fratello e che tra queste c’è il bene che vuole a Martìn. Sa che sarà in grado di scegliere la cosa giusta da fare.

“Ma prima, siediti e racconta.”

*

Andrés e Raquel sono immersi in una conversazione che Sergio non è abbastanza vicino da poter origliare. Martìn, che gli cammina di fianco, scansiona la figura di lei con lo sguardo. “Se mi piacessero le donne, non me ne farei scappare una così” sentenzia, con una voce che non è sufficientemente bassa per i gusti di Sergio.

È stata una sorpresa del tutto inaspettata, ritrovarsela sulla soglia di casa. Se Andrés non fosse arrivato in suo soccorso, probabilmente Sergio starebbe ancora annaspando in cerca d’aria e, soprattutto, di qualcosa di appropriato da dirle. I convenevoli seguiti all’arrivo di suo fratello gli hanno concesso un tempo sufficiente a riprendersi dallo shock, ma non a programmare un discorso. Non è nemmeno sicuro che sia il caso di farne uno. Non è sicuro di alcunché.

Quando il piccolo manipolo arriva in veranda, Andrés si rivolge a Martìn. “Vieni: lasciamogli un po’ di privacy.”

Andrés potrebbe spintonare Martìn, o aspettare che sia lui a seguirlo di sua sponte, invece gli prende la mano per tirarlo a sé e tenerselo accanto. Sergio non è informato su cosa sia successo tra di loro, ma a giudicare da quel gesto le cose sono andate per il meglio.

Non può sapere se tra lui e Raquel sarà lo stesso; può solo provare a scoprirlo.

“Capitano---”

“---Raquel.”

La sensazione è analoga a quella provata la volta in cui Raquel gli ha tolto i pesi dalle spalle, un misto di sollievo e leggerezza completamente diverso dall’inadeguatezza che si era ormai abituato a provare. Lei è stata la prima a dimostrargli che non doveva sentirsi per forza così; è per questo che Sergio la---

“Comincio io, se non ti dispiace.”

Sergio annuisce.

“Per tutta la vita mi sono sentita dire che non ero all’altezza. Il fatto di averti creduto mi ha fatto sentire come se fosse stato vero, ma non era così. Avevo ragione: ho fatto bene a fidarmi di Salvador.” Raquel indugia nella pausa quel tanto che basta a esibire il sorriso più bello che Sergio abbia visto sul volto di una persona – un sorriso che è per lui e soltanto per lui. “E di Sergio.”

Sergio sente le sue labbra piegarsi allo stesso modo.

“Ora tu.”

“Ti piacerebbe restare per cena?”

Forse non è la replica più adatta a parole come quelle che Raquel gli ha rivolto, ma è quella che si sente di darle, la più vicina al bisogno che ha di averla con sé. Se la risposta di lei sarà sì, avrà tempo per tirare fuori il resto.

“Ti piacerebbe restare per sempre?”

Sergio si sente come se il suo intero corpo avesse preso fuoco. Forse Andrés non sarebbe dovuto essere così clemente.

“Devi perdonarlo: Martìn è uno di famiglia, ma a volte sa essere terribilmente inopportu---”

“La cena va bene.”

Avrà tempo. Avranno tempo. Lui, Raquel e anche Andrés.

Per il momento, la prospettiva è tutto ciò di cui Sergio ha bisogno.