Work Text:
“Levi, vieni con me. Facciamolo!”
Merda. Inizia tutto così, da Erwin che mi arriva alle spalle e mi fa fare un salto sulla sedia.
È mattina presto, e ufficialmente siamo a fare base a Holst per pianificare un’incursione nei territori interni del Wall Maria, ma in realtà a farci crescere il muschio sulle chiappe e spaccarci di flessioni finché non succede qualcosa di politicamente rilevante.
E io sto facendo colazione di fretta, seduto a un tavolo sbilenco della mensa ufficiali.
Non sapevo nemmeno che il Comandante ci avesse raggiunto, eppure è indiscutibilmente qui, e mi ha fatto andare il boccone di traverso.
“Tch. Vieni, dove? Facciamo, cosa? Spiegati”. La mia tazza di tè è rimasta a mezz’aria e ho ancora un po’ di pane impastato fra le guance e le gengive.
Ma Erwin non mi lascia nemmeno il tempo di bere un sorso d’acqua per mandarlo giù, che se ne va senza fornire uno straccio di spiegazione, e io chiaramente mi vedo costretto a seguirlo per capire che diavolo voglia da me.
Ha una luce così strana negli occhi. Brillano di questo blu esplosivo ed elettrico quando cambia il tempo, ma anche quando gli frulla per la testa un’enorme cazzata. Ormai lo conosco.
“Ohy! Che volevi dire?”
Arranco per tener dietro alle sue falcate, ma lui va spedito come se stesse marciando vittorioso sui resti dell’ultimo gigante rimasto sulla terra e non sull’umile ghiaia del cortile. E i cadetti si girano tutti a guardarlo. Cadetti, cadette, anche i cani da guardia. Tch, immagino che la sua bellezza abbia fatto perdere la testa persino alla ceramica del cesso e al vetro dello specchio che la mattina usa per radersi.
“Andiamo alle stalle”
“Ah, quindi il tuo ‘facciamolo’ significa che vuoi sbattermi su una balla di fieno alla maniera campagnola, mentre gli ufficiali guardano e si toccano in cerchio?” lo punzecchio senza nessun preavviso.
Sapevo che lo avrei scioccato. Sapevo che quelle stupide sopracciglia che si ritrova si sarebbero alzate al livello dei capelli. Dio, è così dolce quando si scandalizza.
“Quanta poesia, Capitano. No, non è per quello. E diamine, abbassa la voce”
“Quante rotture, Erwin. E oh, peccato! E chissenefotte se tutti sentono. Mi vuoi dire cosa bolle in pentola?”
“Si chiama sorpresa. Non è eccitante?”
“No, manco per l’anima del demonio”
Ma lui chiaramente un ‘no’ non sa nemmeno cosa sia.
Si infila nelle stalle senza tener conto del mio poco entusiasmo. L’odore di sterco è pungente e si mischia a quello altrettanto forte della segatura e del fieno e mi fa starnutire.
Attorno a noi è tutto un casino di finimenti che cigolano, zoccoli che calpestano la paglia sfilacciata, voci delle staffette che montano e smontano e si aggrovigliano tutte insieme, insieme ai miei pensieri che vengono strigliati da quella voce ipnotica che ha così tanto potere su di me. “Andiamo, Levi”. E io vado. Ovviamente.
Quando monta sul suo grigio e mi fa un cenno col mento verso la mia giumenta di fare altrettanto, eseguo senza fiatare.
Usciamo lentamente, assecondando coi movimenti della schiena e del bacino l’andatura placida dei cavalli.
Al mio sguardo letale e a un’ulteriore richiesta di spiegazioni condita da qualche bestemmia, il prode Comandante alza le braccia e mi risponde facendo un cuore con le dita.
Un cuore con le dita. Ditemi voi se non è un cretino.
I marmocchi ci fissano. Ci salutano. Parlottano alle nostre schiene.
E lui ci sguazza in questo. Sa che se si rende ridicolo, io scuoterò la testa, e farò quella specie di smorfia che potremmo spacciare per un sorriso senza sembrare troppo dei falsari.
Sa che mi piace quando fa il deficiente. Sa che questa sua capacità di tornare bambino è una delle cose che rendono l’Erwin adulto più sexy in assoluto.
Sopra di noi, le nuvole si spostano in grandi masse gonfie, mentre lo stesso vento che disegna i draghi in cielo viene a impastarsi fra le criniere dei nostri cavalli, fra i nostri capelli, scivola sotto le uniformi e mi fa scorrere un brivido su per il collo, esattamente nel punto dove le sue mani si staccano quando siamo a letto e finisce di massaggiarmi la schiena.
Gli scompiglia il ciuffo, e fa apparire i capelli rasati che ci sono sotto, apparire e scomparire, apparire e scomparire. Mi toglie il fiato.
Ma anche se non sono immune alla sua stregoneria, mi rendo conto che quelli sono i cancelli di Holst e che li stiamo attraversando al trotto come se niente fosse.
“Ehyyy!” gli urlo, per coprire il fracasso delle campane che segnalano alla Guarnigione, distaccamento di terra, che è ora di rientrare, mentre noi come due fessi usciamo in direzione contraria, e adesso sì che ci facciamo fissare da tutti con crescente allarme. “Mi vuoi dire dove pensi di andare, porca misera?!”
“Hai gas e lame a sufficienza? Così stiamo tranquilli”
“Certo, ma….!”
Inutile. Spinge il cavallo al piccolo galoppo, obbligandomi a fare altrettanto.
Il mondo fuori non è poi tanto diverso dal mondo dentro. È fatto a strati. In basso, il verde, sopra di noi l’azzurro, e all’orizzonte la striscia d’oro del sole che nasce. Quando sono uscito la prima volta dai cancelli di Shiganshina, ho pensato che questa in futuro avrebbe dovuto diventare la bandiera nazionale.
Verde, giallo e azzurro, con sopra le ali della libertà. Quando vinceremo la guerra, si intende.
Ma adesso la cazzo di guerra non l’abbiamo ancora vinta, e sia io che lui siamo finiti a infognarci in un terreno pieno di nemici, completamente soli.
Alle nostre spalle, il cancello si chiude e le campane smettono di suonare.
Nessuno ci ha fermati. Normale, dato che Erwin è il fottuto comandante del fottuto Corpo di Ricerca, quindi saprà quello che fa, no? Secondo me no. È andato fuori di testa.
Stringo le briglie un po’ di più, mentre davanti a noi si dispiegano scheletri di villaggi, mura di case implose su sé stesse e cataste di travi mangiate dal nerofumo.
Ma lui sembra molto allegro. Sorride al sole che gli tinge i denti.
“Levi, ti comunico ufficialmente che siamo in vacanza”
Eh? I miei occhi restano impassibili, come tutto il resto della faccia, ma si assottigliano.
“Ho intenzione di prenderci un paio di giorni solo per noi”
“Vacanza” ripeto incredulo. “Fuori dal Wall Maria. Ti sei fumato una delle tue medaglie?”
“Ti ricordi quanto ti ho parlato del libro proibito e di cosa c’è oltre le mura? Voglio andare a vedere se è vero. Voglio vedere se il mare esiste, prima di lasciare il posto al Quattordicesimo Comandante”
“Tch. La cosa accadrà molto più presto del previsto, se ti vengono in mente stronzate così epiche. Torniamo indietro”
“Rilassati. Ti sei sempre fidato di me, anche quando ti ho chiesto di fare cose terribilmente insensate”
“E infatti ho fatto cose terribilmente insensate, che non rifarei”
“Per esempio?”
Conoscerti? Lasciarti vivere? Tutto? Niente? Non lo so. La mia testa è vuota.
E lui mi incalza: “Visto? Ne abbiamo passate tante, ma a me sembra che insieme abbiamo sempre restituito ciascuna delle mazzate con cui questa vita di merda ha cercato di smembrarci le palle, per usare una delle tue espressioni da cena di gala” ridacchia. “Che fine ha fatto il Soldato Senza Rimpianti?”
“Va bene. Rifarei ogni singola idiozia, tranne questa. Non rischio la vita così alla cazzo di cane. Perché continui a sorvolare sul fatto che potremmo incappare in un gruppo di giganti da un momento all’altro, e tutto quello che resterebbe di noi sarebbe un ciuffo di capelli incastrato in mezzo a due molari marci?”
“Potremmo. O magari no. Pixis sta conducendo le sue esercitazioni coi proiettili incendiari a Holst, e ha attirato un’enorme massa di nemici alle porte del distretto. È il momento perfetto”
Perfetto per andarsene a zonzo in territorio ostile? Incosciente.
Dopo Hange e Eren, devo fare da babysitter anche a lui? Mi sento l’unico adulto in mezzo a tanti marmocchi alti il doppio di me.
Intanto la mentuccia e l’erba incolta lasciano il posto alle foglie morte e all’hummus, mentre ci inoltriamo finalmente in un bosco, coi chiaroscuri a forma di foglie e intrichi di rami che disegnano una rete di graffi sulla carnagione pallida di Erwin.
In lontananza, qualche sagoma ciondolante e qualche grugnito ci avvisano della presenza di alcuni classe tre e sette metri, ma non sembrano particolarmente motivati. Erwin mi indica di tirar dritto e così facciamo, seguendo questa vecchia strada costruita da chissà chi, prima del crollo dell’umanità.
Ogni tanto, gli sterpi tradiscono dei segnavia corrosi dalla pioggia. Il vento si infila fra gli alberi come in una galleria, e fa cigolare la volta dei rami e spande in giro il profumo della resina e l’odore amarognolo del legno e dei funghi in decomposizione.
Respiro forte, improvvisamente conscio che non mi sono mai spinto così oltre, e forse è solo l’adrenalina di esporre così tanto le mie chiappe al pericolo, ma mi piace. E quello stronzo di Erwin sicuramente lo sapeva, sapeva che mi sarei sentito così, per questo è riuscito a convincermi.
Dopo un’ora rallentiamo un po’ e smontiamo per orientarci, dato che la strada è in condizioni così pessime che la terra non si distingue più dalla pietra. Decidiamo che la cosa migliore sia andare sempre a est.
Erwin arrotola la mappa e la infila nella bisaccia.
“Tch. Vedi, alla fine siamo finiti davvero a fare cartografia, solo io e te”
Sogghigna e si avvicina, e all’inizio mi irrigidisco perché non capisco bene cosa voglia fare, ma mi aggiusta soltanto il bavero dell’uniforme e mi dà una pacca sulla spalla. Ogni suo piccolo gesto è carico di elettricità, e senza che me ne accorga, ho già il fiatone. Restiamo a guardarci come due idioti, rischiando di perdere il momento.
“Beh, quando arriveremo al mare, se ci avanzerà un po’ di tempo e volessimo -cough- approfondire l’argomento…”
Fosse per me, approfondirei anche adesso, qui su queste rovine della civiltà, nel silenzio della foresta che cresce.
Non ricordo più quando sia l’ultima volta che sono stato con lui, ma il mio inguine se lo ricorda e decide che è un tempo insostenibile, e mi scuote da dentro, mentre il filo invisibile del nostro legame mi tira verso Erwin e mi fa ricambiare il gesto.
Gli sistemo il lembo della camicia, seguo con le dita il contorno delle cinghie che stritolano i suoi enormi muscoli. Gli metto una mano sulla pancia e la seguo andare su e giù, su e giù, indurita dalla guerra e dalla palestra, ma pur sempre carne umana, calda e soffice.
Mi appoggia le mani sulle spalle, e si prende il suo tempo per guardarmi, senza dire niente o fare nient’altro, mentre gli abbottono un bottone lasso, mentre il mio tocco si trasforma in una carezza e un apprezzamento dei suoi addominali sopra il ruvido tessuto d’ordinanza.
Conosco a memoria la mappa del suo corpo e non mi perdo più nel suo viso, eppure ci sono sempre cose nuove, qualche ruga che prima non c’era, un brufolo, un pelo di barba sfuggito all’olocausto del rasoio.
Respiriamo forte. Sudo. Merda, è davvero troppo tempo che non stiamo insieme.
Il mio sudore non ha odore, il suo sa vagamente di cuoio e agrumi e di altre cose asprigne.
Alzo gli occhi improvvisamente e lo fisso, col labbro aperto a metà, un po’ confuso su quale dovrebbe essere il nostro prossimo passo. Ci baciamo? Ci stacchiamo? Ti prendo di peso usando tutta la mia forza di Ackerman e ti spalmo contro uno di questi tronchi, cosa? Cos’è che vuoi? Non riesco mai a leggerti, Erwin.
Allora lascio fare a te per paura di farmi rifiutare, e tu lasci fare a me per paura di farmi ancora male, e il risultato è che nessuno dei due fa niente.
E infatti, non facciamo niente. Ci schiariamo la voce e rimontiamo in sella.
Il vento adesso porta un altro odore, sottilissimo. Qualcosa che ricorda l’acqua stagnante e la salgemma.
Gli alberi si trasformano in altri alberi, sempre più slanciati. La loro scorza è più rigida, e non hanno rami se non verso la chioma, che assomiglia a una grossa palla di aghi verde smeraldo.
Li trovo belli. Ma Erwin mi sfotterebbe dicendo che è solo perché mi piacciono le cose alte.
In giro, cantano e volano uccelli che non riconosco, e il sole mi va negli occhi a intermittenza e mi dà fastidio.
Più che procedere in linea retta, ce ne andiamo vagabondando a osservare questo nuovo tipo di bosco, tenendo sempre l’est come punto di riferimento.
“Che alberi sono?”
“Non ne ho idea. Prendo dei campioni per Hange”
Sì, per Hange… me ne resto in sella sbuffando, sempre con una mano rilassata sull’impugnatura delle spade, mentre il bambino interiore del Comandante si scatena e trottola per il sottobosco a raccogliere pigne da catalogare, rametti per fare il fuoco, piume che sembrano di ghiandaia ma sono molto più blu del normale. Come i suoi merdosi occhi seducenti.
E ho in faccia la solita smorfia sdegnata, ma il suo divertimento mi scioglie il cuore. È qualcosa che va protetto. La responsabilità sale a stringermi la gola, feroce, e stringo un po’ di più le mani sulle spade.
E quando due classe tre e sette metri decidono finalmente di venire a curiosare, in un battito di ciglia gli ricordo che è meglio non scherzare con l’umanità. Le carcasse, cadendo, disturbano la quiete dei dintorni, ma non quella di Erwin che è ancora chino per terra e candidamente sgrana gli occhi: “Oh, non li ho nemmeno sentiti arrivare…”
“Tch. Ma io sì, e buon per te che ti paro sempre il culo. Andiamo?”. Pulisco accuratamente le lame e le rimetto nel fodero.
Rimontiamo a cavallo, e lo sgrido per la sua mancanza di attenzione, ma più procediamo e più lui sembra eccitato e quindi incapace di concepire i rischi. O più precisamente, li concepisce e se ne frega.
Gli alberi si fanno più diradati a ogni miglio.
E una polvere chiara comincia a mischiarsi al terriccio.
Ci fermiamo ancora e scendiamo per farcela passare fra le dita.
“Hai mai visto della sabbia così bianca e sottile?”. Erwin inforca gli occhiali e scrive tutto in un taccuino. Il suo entusiasmo è contagioso persino per uno come me. E osservandolo, penso che in un’altra vita, avrebbe potuto essere un fottuto professore e le nostre reclute i suoi fottuti allievi, futuri architetti, matematici, artisti, invece che macchie di sangue su qualche mantello e macchie d’inchiostro su un certificato di morte.
Ma quando si volta a guardarmi, sul mio viso vede solo quella che sembra una noia eterna. E le mie narici che tremano, e le orecchie che si sollevano come quelle dei gatti.
“Lo senti?”
“L’odore o il rumore?”
“Tutti e due”
“Immaginavo che il mare avrebbe avuto delle caratteristiche diverse da tutto quello che conosciamo. Sono così emozionato!”
Faccio fatica a convincerlo a tenere i cavalli al passo, e cerco di stare all’erta per le possibili avvisaglie del nemico, ma siamo particolarmente fortunati.
Cominciamo a intravedere l’orizzonte della foresta, e adesso gli zoccoli dei cavalli affondano quasi completamente in questi mucchietti di sabbia finissima.
Il vento la solleva e ce la sbatte contro la pelle delle guance, e punge, come la barba di Erwin quando non se la rasa bene e io sfrego il mio mento contro il suo mentre lo bacio.
Incontriamo un mucchio di sabbia più alto degli altri e lo scaliamo, e quando arriviamo in cima, il mondo sembra spalancarsi improvvisamente davanti a noi, risucchiandoci e sparandoci a tutta velocità in un orizzonte così infinito che mi aggrappo fisicamente alla sella per non cadere.
Davanti a noi, c’è il mare.
Esiste.
Il mare è un’enorme pianura azzurra, luccicante di sole e solcata da uccelli con le ali a punta, mormora Erwin mentre prende appunti.
E mentre io resto a guardare con una soggezione molto difficile da descrivere a parole. Uguale a quella che provo per i giganti, ma senza la rabbia omicida.
Scendo da cavallo e mi trovo impantanato in questa terra chiara che sembra magnetica, e si aggrappa ai fianchi dei miei stivali, e se ci passo una mano sopra ci resta appiccicata. Ma se la osservo da vicino, mi accorgo che sembrano dei ciottoli in miniatura, rossi, neri, bianchi, gialli e ocra.
Una foresta di canneti a perdita d’occhio è l’ultimo fronte vegetale prima di questa infinita distesa di sabbia. I loro barbigli danzano nel vento.
E i miei sensi vengono travolti da una serie di strepiti, fruscii, puzze, improvvise variazioni di temperatura, perché il vento prima è caldo e poi è fresco, e la sabbia è calda solo in superficie, ma se scavo una piccola buca, diventa fredda come un cadavere.
E l’odore è quello di un lago, putrido, ma molto più vivace.
Vivace come quest’acqua che, a differenza di un lago, non se ne sta mai ferma e va avanti e indietro per la spiaggia producendo questo waaaash che un po’ mi irrita e un po’ mi rilassa.
Vivace come Erwin, che intanto si è tolto gli stivali e sta saltellando nella sabbia e osservando le proprie orme, e le sta paragonando alle mie, e muove le dita dei piedi sia per la gioia che per vedere che sensazione si provi ad affondarle e poi a tirarle fuori.
Poi si calma un attimo e resta a contemplare la linea dell’orizzonte, a farsi investire da quest’aria salmastra che gli incasina i capelli e gli secca le labbra.
Si è tolto la giacca e si è arrotolato i pantaloni al ginocchio. Viene verso di me con un sorriso raggiante, e vuole sapere se mi piace, se non valeva la pena di rischiare la vita per venire qui.
Sì, Erwin, ne valeva la pena. Contento? Vale sempre la pena con te.
Ma siccome non posso perdere completamente anche il mio briciolo di dignità rimasta, mi limito a scrollare le spalle.
Due di questi buffi polli bianchi e grigi vengono a spiarci. Erwin cerca di disegnarli sul suo taccuino, e svuota una delle sue borracce per riempirla di sabbia.
Mi affretto a bere un paio di sorsi dalla mia, prima che gli venga in mente che gli serve per ficcarci dentro un campione di merda di qualche uccello marino o cose così.
Mi prende per mano. Mi tira verso le onde. “Andiamo a vederlo più da vicino? Secondo te è freddo?”
“Io dico che è caldo come il piscio”
“Quanto scommettiamo?”
“Non scommetto più con te. Si perde sempre”
Man mano che arriviamo alla linea d’acqua, la sabbia diventa più molle e ci risucchia le caviglie.
Ci lasciamo dietro una serie di buche disordinate, che però vengono cancellate improvvisamente dal passaggio di questa spuma bianca. È fredda, ma non più di tanto. Sembra che abbiamo vinto entrambi.
Man mano che procediamo e ci immergiamo fino alle ginocchia, il fondo diventa più sconnesso.
“Auch!”. Erwin mi fa prendere un colpo.
“Merda, che c’è?”
“Ho calpestato qualcosa”
Solleva un piede e guardiamo insieme i frammenti di una grossa sfera bianca striata di puntini, che l’onda sta facendo ballare in giro.
“Accidenti. Pensi che fosse vivo?”
Sembra molto dispiaciuto. E questo è un altro dei controsensi per cui lo amo: manda a morire decine di ragazzini al giorno, però poi si rattrista se inciampa in una lumaca o se per errore colpisce una femmina quando va a caccia di cervi.
Quindi mi affretto a rassicurarlo: “Era sicuramente un guscio vuoto. Comunque sta’ attento a dove metti i piedi! E non toccare niente, che magari è…”
Alzo la faccia. Ha già pescato quella che sembra una stella di pietra, rossa come il sangue, e la sta annusando e ci sta passando sopra le dita.
“Ooooh magnifica! Questa è sicuramente viva!”
“…velenoso”. Sospiro.
Rimette la creatura in acqua e muove ancora qualche passo cauto in giro.
E poi torna sulla spiaggia e inizia a spogliarsi.
Sì, a spogliarsi. Così.
Incapace di concepire il terremoto che mi sta provocando dentro, o più precisamente, lo concepisce e lo fa apposta.
Si lecca le labbra, come se aprire le fibbie richiedesse una grande concentrazione.
E accompagna con un grugnito soddisfatto lo scorrere dell’imbragatura lungo le braccia e il torace, finché il groviglio di cinghie non sviene ai suoi piedi come sto seriamente rischiando di fare anch’io.
Si rilassa. Respira più forte.
E inizia a slacciarsi i bottoni della camicia che io gli avevo riallacciato. Alza lo sguardo e mi sorride. Che bastardo. Che grande, grandissimo bastardo.
Resto a guardarlo coi piedi a mollo, con questa acqua leggera che mi si struscia sui polpacci e mi fa perdere l’equilibrio.
Snap, snap, snap.
Slaccia tutto. Inizio a vedere il chiarore della sua pelle, e le dita vanno più in basso, sensuali.
E ogni mossa che fa è una cannonata dritta nel mio inguine.
Ma lo stronzo si ferma. Fa finta di essere imbarazzato.
Cazzo. Socchiudo gli occhi come una vipera. Dai, cazzo, Erwin, vai avanti. Ti prego!
Gioca un po’ con la cintura prima di sfilarsela, e poi si toglie definitivamente la camicia, restando a petto nudo.
Ne fa una palla e la lascia cadere sulla sabbia, e io vorrei andare a raccoglierla e strofinarmela addosso, immergerci la faccia, e cacciare via questi sporchi granelli che hanno l’ardire di potersi appiccicare ai suoi vestiti ed entrargli dentro senza permesso, là dove dovrebbe essere solo territorio mio.
Fa qualche passo verso di me e, lentamente, lentamente da fare male, si sfila i pantaloni e li abbandona al vento, che li ribalta e li trasporta qualche metro più in là.
Si china a grattarsi la gamba, apposta, perché io possa bearmi della vista del suo magnifico culo chiuso fra le parentesi degli slip, che ondeggia vergognosamente, così perfetto che sembra disegnato a mano.
E poi si toglie anche gli slip, senza preavviso, e resta nudo come sua madre l’ha partorito.
Passeggia allegramente per la spiaggia, gioca ancora un po’ con le proprie orme, con la sabbia piallata del bagnasciuga dove il suo peso scava piccoli crateri.
Corre in mezzo alle onde e si tuffa, e le sue bracciate lo portano su e giù, e appare e scompare, e appare e scompare, e quando riemerge gli restano della schiuma e degli strani fili verdi nei capelli.
“Perché sei ancora vestito?” mi urla. Viene a grandi passi verso di me. “Ti serve una mano, Capitano?”
Lascio che mi prenda per le cinghie e mi trascini dove il mondo è di nuovo asciutto, che mi strattoni la giacca fino a strapparmela di dosso, e che crolli in ginocchio con le rotule affondate nella sabbia, e mi sbottoni i pantaloni, e li apra senza togliermeli, e appoggi un bacio sulle mie mutande e le afferri coi denti per tirarmele giù.
“Sbrigati, cazzo!” grugnisco.
“Mi hai detto di non toccare niente. Potrebbe essere velenoso”
Quant’è idiota, su una scala da uno a dieci? Un milione? Sospiro e trattengo l’irrefrenabile voglia di dargli una sberla, e invece gli afferro la testa con tutte e due le mani e affondo le dita nei suoi capelli, biondi di sole, ramati di fuoco, con qualche filo bianco che sboccia a fare da monito al tempo che passa e che nessuno ci ridarà indietro. Sbrighiamoci, cazzo. Se guardate bene in mezzo ai miei capelli corvini, qualche pagliuzza di neve inizio ad avercela anch’io.
Il vento gli ha arrossato tutta la faccia, o forse è lo sforzo di stare in ginocchio, o forse è perché lo eccito più di tutte le merdose cose del mondo, più di tutte le distese d’acqua salata sulla faccia di questo pianeta.
Erwin. Dio. Ti voglio. Adesso.
Presso la sua testa contro di me, e lui mi accarezza e mi lecca, e il sale delle sue labbra si mischia a quello del mio sudore.
Ansimo. E fra un fiato e l’altro, mentre inizia a succhiare, gli mormoro: “Adesso capisco perché volevi venire qui. Te il mare ce l’hai dentro. Sei inquieto, pericoloso, e sei così bello che francamente è difficile guardarti senza venirsi nei pantaloni”
“Ah Levi, quale stella luminosa hanno perso i cieli della poesia il giorno che sei entrato nell’esercito” sogghigna, e mi sfila anche il resto dei vestiti come un cane morto di fame.
Appoggia dei piccoli baci sul mio glande, che gli risponde con uno stillicidio di gocce umide, mentre gocce d’adrenalina mi cadono una dopo l’altra nel cervello e mi fanno perdere completamente la ragione.
Ho i polmoni pieni d’acqua.
Ho le narici e la testa piene di salsedine e dell’odore aspro e speziato di Erwin.
Ho le orecchie piene di questo rumore, delle onde che si rigirano penosamente nella pancia del mare, avanti e indietro, e si infrangono contro gli scogli popolati da questo esercito di strane creature a forma di ragno e spirale.
Ho la sua bocca piena di me.
E sbircio le sue spalle rilassate, le mani che si è messo in grembo per toccarsi senza vergogna, mentre gli metto la mia mano sotto il mento, e sul collo, e stringo, e anche le mie dita lasciano crateri che pian piano torneranno piatti e bianchi sulla spiaggia della sua pelle.
Bocca.
Saliva.
Denti.
Lingua.
I suoi occhi esplosivi pieni di fame e di sete.
Tutte cose vecchie e familiari, in questo posto sconosciuto e deserto e pieno di nuove possibilità e domande, dove il tempo sembra fermarsi e tutto sembra essere stato creato solo per noi due.
Continuo a sudare. La sua saliva mi lascia strisce appiccicose addosso e pende dall’angolo delle sue labbra.
Non resisto più.
Lo sbatto giù a quattro zampe e mi preparo a possederlo qui nel bel mezzo del niente.
Ulula per la sorpresa, e cerca qualcosa a cui aggrapparsi ma non lo trova, la sabbia gli sfugge dalle dita. Annaspa. “Aspetta!”
Mi fermo.
“Nella mia bisaccia. Ho portato dell’olio”
“Da quando usiamo l’olio?”
“È solo più... fammi questo favore, d’accordo?”
“Tch. Agli ordini, Comandante”
È troppo tempo che non stiamo insieme. Ed è un’eternità che Erwin non sta sotto, quindi posso capire.
Vado a rincorrere i cavalli che intanto sono andati a brucare poco lontano, e trovo quello che mi ha chiesto. Mi faccio ungere per bene, e mentre lo fa mi chino a baciarlo, e per un attimo le cartilagini dei i nostri nasi cozzano una contro l’altra. Sappiamo di viaggio, di grasso di sella, di sale, di ormoni. Di noi.
Merda, giuro che se mi fa aspettare ancora lo ammazzo.
Lo spingo di nuovo contro la sabbia, stavolta di schiena, e mi siedo in mezzo alle sue gambe, gliele alzo e me le piazzo sulle spalle, rabbrividendo per il loro peso.
Adesso sono fin troppo scivoloso. Cerco di essere delicato, ma questo risulta solo nel fatto che ogni tanto sguscio fuori.
“Merda”
Mi rimetto dentro con attenzione e, una volta che sono in posizione, spingo forte col bacino. Colpi regolari e sicuri.
Erwin si lascia andare a una serie di grugniti, e non capisco se siano di sorpresa, o piacere, o dolore, o tutti e tre.
Gli pianto le mani nelle cosce e mi muovo più veloce, gli metto quasi le ginocchia in gola, e spingo, spingo, e il piacere che mi sta dando mi formicola in ogni singolo nervo del corpo mentre anche lui muore dal piacere e lo traduce in parole sporche e cruente, che farebbero rizzare i peli sul collo a qualunque rispettabile cittadino di Mitras.
Colpo.
Colpo.
Respiro.
Colpo.
Colpo.
Respiro.
Le onde ci arrivano un po’ più vicino mentre il sole comincia a calare. Il vento diventa più fresco e fastidioso.
Mi piace questa posizione. Mi piace poterci guardare in faccia mentre lo facciamo.
Perché posso specchiarmi nei suoi occhi di tempesta e riconoscermi per come sono davvero, e per com’è lui, due esseri umani spersi sulla terra che però si vogliono bene, e che quindi messi di fronte all’ignoto, la prima cosa che hanno deciso di fare è tornare l’uno dall’altro per fare l’amore.
Facciamo un’altra affascinante scoperta: il mare di notte resta caldo. Ma la spiaggia è fredda come la merda fossile, e il vento adesso ci spara la sabbia negli occhi e ci congela il midollo. Quindi ci ripariamo un po’ più addentro nel bosco e accendiamo un fuoco alla base degli alberi.
Siccome questi alberi sembrano essere una varietà di pino e crescono qui, Erwin ha deciso che li chiamerà pini marittimi.
Già, gli piace dare il nome alle cose. Gli piace giocare a fare Dio.
E scrive, scrive tanto, quello che non ha potuto appuntarsi questo pomeriggio perché eravamo impegnati ad, ehm, approfondire.
Adesso sta prendendo nota che al largo abbiamo visto nuotare delle grosse creature argentee, che facevano un verso simile a una risata.
La prima cosa che mi è venuta in mente è mangiarcele, ma la cattura sembrava difficile e non so se siano commestibili, così ho preferito optare per la castigatissima zuppa di ortaggi nello stile di Hange. Chissà se un giorno la farà assaggiare anche ai ragazzini della 104.
Erwin si allontana dal fuoco per guardare le stelle e cerca di riprodurle sul suo quaderno. Prima riempie i fogli di inchiostro nero, poi gratta via le crosticine con un punteruolo. Il risultato è oggettivamente una merda.
Ma io gli garantisco che è la più bellerrima opera d’arte che occhio umano abbia mai avuto il privilegio di osservare, e lui grugnisce e mi rifila una gomitata che mi fa tremare tutte le ossa.
E mette via gli arnesi per scrivere e viene ad accucciarsi dietro di me.
Si raccoglie a cucchiaio, mi accarezza le spalle, mi bacia il collo. Anche lui è rimasto caldo del sole di oggi.
Volto indietro la testa e rispondo al bacio. Alzo le braccia e lo accarezzo anch’io, dove so che gli piace. Bacio tutte le sue cicatrici di guerra, anche quelle che gli ho inferto io.
Solo con lui, ho potuto permettermi di essere tanto violento senza fargli paura.
Solo con lui, ho potuto permettermi di essere tanto debole senza fare paura a me stesso.
E solo con lui, posso permettermi ancora di affezionarmi a qualcuno, anche se so che il livello di rischio è lo stesso di una guerra.
Dicono che dovresti giocarti solo quello che sei disposto a perdere, ma dato che io non ho niente da perdere, con Erwin mi sono sempre giocato tutto.
“Vieni qui” sussurra tirandomi a sé. Il rumore del mare di notte resta sempre uguale, e ondeggia con le ombre del fuoco, e col leggero movimento di Erwin che quasi mi culla mentre mi stringe in un abbraccio, lui che non è mai stato un padre e che a malapena è riuscito a essere un figlio, ma che istintivamente sa come coccolarmi.
“Sono felice che tu sia qui con me. Le cose migliori della vita non andrebbero mai fatte da soli”
Non so bene cosa ribattere a questo, ma le mie labbra decidono prima di me. E finisce per uscirmi qualcosa di veramente patetico, che non ho mai detto a nessuno: “Mpf. Io mi sento sempre solo. Forse è per questo che mi sono fissato tanto con Yeager, perché lo capisco: nessuno gli ha mai chiesto se tutto questo sia ok per lui. Nessuno gli ha mai domandato se farsi ricrescere le ossa gli faccia male, o cosa voglia dire essere imprigionato e temuto e avere un potere immenso che si mangia il tuo cervello pezzo dopo pezzo. Nessuno ha mai pensato che Eren possa essere fottutamente stanco di tutto questo”
Erwin mi abbraccia più stretto.
“È così che ti senti? Solo e stanco? Mi dispiace. Mi rendo conto che non ci sono stato granché in passato, e potrei non esserci in futuro…”
Mi volto a fissarlo: “Tira fuori un’altra volta il discorso sulla tua morte imminente e giuro che è la volta buona che ti infilo un razzo di segnalazione su per il culo. Almeno così dalla tua bocca usciranno dei simpatici fuochi d’artificio invece che le tue solite cazzate”
“Lasciami finire, dai”. Mi appoggia un bacio sulla fronte, sulle mani, su ogni callo lasciato dalle guerre che combatto da quando sono nato.
“Ho sempre pensato a noi come a una coppia, ma non ti ho mai chiesto di te. Sì, ho cercato di proteggerti. Ti ho dato una causa da seguire”
Mi bacia di nuovo.
“Ti ho impedito di finire su una forca. Ti ho spinto a combattere perché è quello che ti tiene in piedi. Ti ho portato a vedere il mare per farmi compagnia, ok, ma anche per farti letteralmente uscire dalle mura, non solo quelle fisiche ma anche quelle che hai dentro, perché potessi sentirti di nuovo vivo. Ti ho dato tutto. Ma forse non ti ho dato quello che più ti serviva: qualcuno che semplicemente ci fosse e potesse stare nella tua sofferenza, qualcuno che la vedesse. Io ti vedo, Levi. Io ci sono. E sta tranquillo che non riuscirai mai a liberarti di me”
È così vicino che praticamente mi sta respirando invece di abbracciarmi.
E io adesso sono così calmo che sicuramente mi addormenterò qui su di lui, col fracasso del mare nei timpani, e quei pallini in cielo inutili come la forfora che sbrilluccicano e sicuramente se la ridono di noi esseri umani qua sotto.
“È una promessa o una minaccia?” brontolo.
Erwin sorride e mi accarezza. “Sì”.
Chat corner:
Hello! Come state? 🧡
Vi chiedo scusa se ultimamente non sono molto presente. Sono indietro con le mie storie e con le mie letture e di questo mi dispiace molto.
Ma siccome sono del parere che una fic ogni morte di papa sia comunque meglio di nessuna fic, ho deciso di offrirvi questa sorta di OVA di These Wounds of Mine in cui Erwin e Levi si avventurano nel pericoloso mondo esterno. A voi non è sempre stato grandemente sulle palle che Erwin non abbia potuto vedere il mare? A me sì. Così gliene ho dato l’occasione.
Non appena riuscirò ad accedere di nuovo ai files dei miei inediti (già, grazie all’eccesso dei miei protocolli di sicurezza sono riuscito a chiudermi fuori dal mio stesso drive come un cretino :’) posterò anche la traduzione italiana di The Day We Met Again.
Un abbraccio a tutte le persone che continuano a seguire e commentare e anche a chi si è appena iscritto, grazie per la fiducia. E buona estate! 🌅
