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Language:
Italiano
Stats:
Published:
2021-04-29
Words:
942
Chapters:
1/1
Comments:
1
Kudos:
8
Bookmarks:
2
Hits:
125

Quarantena

Summary:

Alex Rider in quarantena, riceve una visita inaspettata... (Sì, lo so che in quarantena non si ricevono visite, chiaramente c'è una spiegazione per ciò, quindi leggete)
Questa breve storia ha partecipato all'Advent Calendar del gruppo Hurt/Comfort con parola chiave "quarantena".

Notes:

Chiedo scusa se per caso l'argomento quarantena può risultare pesante. Ho cercato di trattarlo nei confini dei fatti narrati nella serie di libri.

Work Text:

Alex Rider doveva immaginare che il lavoro all'MI6 non l'avrebbe lasciato in pace neanche durante la sua solitaria quarantena. A diciassette anni, contava già una cinquantina di missioni per i servizi segreti inglesi, e soprattutto una cinquantina di occasioni in cui ci aveva quasi rimesso la vita, ma era sempre riuscito ad avere il controllo su ciò che accadeva intorno a lui. Ovviamente, doveva essere un maledetto virus a farlo sentire impotente e debole. Il fatto che nella casa, che doveva essere vuota per la quarantena, si nascondesse anche un gelido sicario russo ricercato in tutto il mondo, non lo faceva sentire più tranquillo.

Yassen Gregorovich era resuscitato dalla tomba -Alex doveva aspettarselo- e per nascondersi dai servizi segreti e da Scorpia, si era piazzato in casa sua e dopo avergli spiegato con le cattive, che non doveva comunicare con nessuno, aveva preso possesso della camera della sua governante e si comportava come se la casa fosse sua. Alex aveva tentato di spiegargli che era contagioso e doveva andare via, ma il bastardo era immune ad un centinaio di virus mortali, giusto perché oltre ad essere letale, doveva essere anche semi-immortale.

"Mangia." lo ammonì, come si fa con un bambino capriccioso.

"Non mi fido della roba che cucini." Lo fissò, infastidito dalla sua costante presenza.

"Se avessi voluto ucciderti, l'avrei fatto mentre dormivi. Il veleno non è nel mio stile." spiegò, mentre beveva il suo brodo con una eleganza regale.

"Questo dovrebbe farmi sentire..." iniziò a tossire ripetutamente. Era tutta la mattina che la tosse non gli dava tregua anche se prendeva le medicine.

"Mangia. Il brodo caldo, aiuta."

Alex si sentiva stanco e alla fine dei conti il brodo aveva un buon odore. Prese il cucchiaio e iniziò a mandarlo giù lasciato il pollo per ultimo.

Quando finì il suo piatto si sentiva un po' meglio, ma accaldato e sonnolente.

L'uomo gli si avvicinò per prendere il piatto e ne approfittò per sentire la temperatura, mettendogli una mano sulla fronte. Alex lo scacciò con uno schiaffo e lo sguardo indignato. "Non toccarmi!"

"Hai la febbre."

"Che ti importa?! Hai ucciso mio zio e ora ti preoccupi per la mia salute?" Il dolore per l'assassinio dell'amato zio Ian ancora ora, anche dopo che Yassen si era preso un proiettile per lui, lo tormentava e spingeva ad odiare l'esecutore materiale della sua morte.

"Alex" lo ammonì con uno sguardo che avrebbe potuto far tremare un reduce di guerra, ma sulla giovane spia aveva sempre l'effetto di farlo alterare e spingerlo in una sfida che non poteva vincere, neanche se fosse stato in salute.

"Alex cosa?! Non hai un altro posto dove andare a nasconderti..." tentò di urlare e insultarlo, ma la tosse tornò a tormentarlo. Cercò di alzarsi dalla sedia, ma al solo movimento, tutto girò intorno a lui.

Qualche minuto dopo era nel suo letto, senza sapere come ci era arrivato. Yassen, a suo fianco, stava facendo qualcosa con degli aghi e il suo braccio.

"Non toccarmi!" tentò di sottrarsi debolmente, ma una mano sulla spalla e un'altra stranamente tranquillizzante sulla fronte lo trattennero dal ribellarsi.

"Hai la febbre alta e sta velocemente peggiorando. Fidati di me Cucciolo."

Quanto detestava quando usavano il suo nome in codice.

"Perché lo fai?" chiese. La testa gli scoppiava e non era neanche sicuro di sentire bene la risposta.

"Sei il figlio di Hunter, farei di tutto per lui... e per te." sussurrò l'ultima parte.

Alex si addormentò pensando alla somiglianza di Yassen con suo padre. Nessuno dei due era un santo e nessuno dei due era un diavolo in Terra, erano due uomini che avevano avuto a che fare con situazioni difficili. Maestro e allievo. Forse, era di conforto pensare che Yassen l'avesse conosciuto e appreso un minimo di bontà disinteressata.

La febbre sembrava durare un'eternità, Alex si svegliava ogni tanto per colpa della tosse, e delle mani lo sollevavano e aiutavano a stare seduto. Ogni tanto aveva fatto un bagno gelato. Altre volte era semplicemente stato aiutato per tutto il resto. Si sentiva stordito ogni volta che si svegliava, ma ricordava bene il momento in cui Yassen gli aveva fatto una trasfusione.

"A cosa serve?" Aveva chiesto con grande difficoltà.

"Il mio sangue contiene anticorpi per molti virus. Ti aiuterà, ma ci vuole tempo. Dormi."

E Alex aveva obbedito.

Quando iniziò a sentirsi meglio, l'aiuto di Yassen divenne imbarazzante.

"Non ho bisogno della balia per lavarmi la schiena."

"Non ho intenzione di molestarti!" Scherzò, alzando le mani in segno di resa, mentre lo lasciava nella vasca sperando che la sua testardaggine non lo facesse affogare.

"Va' al diavolo Cosacco!"

L'uomo russo aveva imparato da tempo che se Alex insultava, era in forze per badare a se stesso. Era giunto il momento di andare. Lasciò scivolare una dose doppia di medicina che dava sonnolenza nel bicchiere di acqua sul comodino, in attesa che Alex si rimettesse a letto e dormisse. Non voleva che in un attimo di lucidità decidesse di essere patriottico e avvisare i servizi segreti appena lasciato solo.

Una volta che Alex tornò in un letto rifatto con lenzuola fresche e prese alcune medicine con l'acqua, fu questioni di pochi minuti prima che cedesse al sonno.

Yassen gli lasciò un tramezzino dove lo potesse raggiungere facilmente, pensando al fatto che solo due giorni prima, senza il suo aiuto e il suo sangue, Alex era stato più di là che di qua. Ora avevano più cose in comune.

Sussurrò, mentre gli risistemava le coperte, "Arrivederci fratellino. Tieniti fuori dai guai, se ci riesci."

Lasciò la stanza, ma il suo udito perfetto non aveva perso il suono di un "grazie" rauco appena percettibile. Sorrise, soddisfatto.