Work Text:
“So tired of love songs, tired of love songs (I'm so tired)
Tired of love songs, tired of love
Just wanna go home, wanna go home”
Lauv feat. Troye Sivan – i’m so tired…
Bakugo Katsuki era stanco. Irrimediabilmente, crudelmente stanco. Ma quel che fosse peggio, era che la sua stanchezza poteva considerarsi ben lungi dall’essere fisica. Il suo corpo godeva di ottima salute, eccezion fatta per quell’accenno di occhiaie. Due subdole sfumature violacee, che andavano impietosamente colorando la rima inferiore delle sue palpebre. In capo ad una settimana, avrebbe persino fatto invidia a Shinso Hitoshi e al professor Aizawa. Si strofinò stizzosamente un occhio, mantenendo lo sguardo ancorato al pavimento rivestito di gomma della metropolitana. Il ritmico suono del mezzo che scivolava sulle rotaie si riversava nel compartimento poco affollato, scandendo il susseguirsi dei pensieri del giovane.
In diciassette anni di vita, Katsuki non aveva mai fatto il benché minimo caso ai sentimenti. Né ai suoi, né a quelli degli altri. Li considerava un orpello per ragazzini idioti, una questione da smidollati. Erano adatti alle femminucce piagnucolose come Deku. Perdite di tempo. Tutto ciò che non potesse essere distrutto con urla e un’esplosione non aveva interesse, per lui. Combattere era sempre stata la sua unica risposta valida, a qualunque stimolo che riceveva. Lottare per affermare la sua supremazia nel gruppo di studenti, alle medie; lottare per esercitare la potenza del suo Quirk sui villains, alle superiori; lottare per dimostrare presenza d’animo, con gli amici. Non importava quanto minaccioso sembrasse l’avversario: lui l’avrebbe affrontato.
Eppure, per Bakugo Katsuki, fronteggiare sé stesso rappresentava un livello superiore di sfida. Una competizione inedita, la prima a cui si ritrovasse impreparato ed incapacitato fino allo stremo. I suoi metodi abituali si erano rivelate inutili, contro un cuore umano. Egli era così solito a non lasciarsi distrarre da futili questioni, che alla prima, inaspettata manifestazione dei propri sentimenti, aveva creduto di essere sull’orlo di un infarto. Era stato durante l’ora di ricreazione in una giornata d’inizio primavera, qualche mese prima. Una morsa ferma, di un dolore che nulla possedeva di fisico, gli aveva serrato il petto. Ogni traccia d’ossigeno aveva abbandonato i suoi polmoni, i pensieri erano scivolati fuori dalla sua confusa scatola cranica, mentre i suoi occhi non avevano potuto fare altro che seguire un’immagine. Uraraka Ochako, la sua compagna di classe, che rideva per una battuta di dubbio gusto della sua amica Ashido Mina. Il volto sereno e rilassato, illuminato da un sincero sorriso, mentre si portava la piccola mano alla bocca, per cercare di comprimere la risata. Ella pareva galleggiare in una dimensione temporale al di fuori della normalità, ogni gesto appariva rallentato agli occhi del ragazzo. Il sole giocava con i riflessi ramati dei suoi capelli, danzando sui fili rossicci nascosti nella capigliatura e seguendone i movimenti con gentilezza. Per la prima volta, Katsuki si chiese che odore potessero avere. Un aroma fruttato, dolce come il suono della sua risata. Provò ad immaginare con quale leggerezza le dita scorressero attraverso quelle ciocche, indisturbate. Egli si perse ad inseguire la sua fantasia baciata dal sole e colorata d’arancio, nel sole pomeridiano di una calda giornata di marzo. Probabilmente, avrebbe continuato in eterno se ella, accortasi di uno sguardo posato sulla sua figura, non si fosse poi voltata verso di lui. Gli aveva sorriso, facendogli un cenno di saluto con la mano, per poi rigirarsi nuovamente verso la compagna. Così, le sue piccole spalle avevano tirato via il luminoso filo dei sogni a cui Katsuki si era aggrappato, stracciando il tiepido velo dell’ammirato torpore in cui egli fosse caduto. Realizzando quel che fosse appena accaduto, Katsuki aveva avvertito il bisogno impellente di fuggire, scappare il più lontano possibile. Aveva scostato rumorosamente la sedia ed era corso in bagno, le guance purpuree d’imbarazzo e lo sguardo incollato al pavimento. Non sprecò nemmeno un minuto ad insultare uno smarrito Deku che aveva battuto contro la sua spalla, in corridoio. Riuscì a calmarsi solo dopo che la gelida acqua del rubinetto in bagno avesse accolto la rovente pelle del suo volto, più e più volte.
Quello, era stato l’inizio della fine: un fastidioso languore s’impadroniva del suo essere, ogniqualvolta si trovasse nelle vicinanze di Ochako. Il profumo di fiori che la sua pelle portava indosso, gli rimaneva incollato alle narici per tutta la giornata. Dio non volesse che ella tentasse di rivolgergli la parola: avrebbe iniziato un inconcludente monologo su quanto qualsiasi cosa avesse il potere di disturbarlo, abbaiando qualche insulto e poi correndo via il più lontano possibile. I suoi amici non lo capivano. Uraraka iniziava a credere che potesse serbarle rancore, per un qualsiasi motivo che ella non riusciva a ricordare. La verità era che Katsuki aveva cominciato a vederla ovunque, soprattutto nei suoi sogni la notte, in momenti estremamente privati. Stava iniziando a perdere l’appetito, provava una rabbia ancora più potente di quella che lui sperimentava come normale condizione di esistenza, quando la sentiva ridere per le battute degli altri ragazzi. Avrebbe volentieri chiuso Midoriya nella sua stanza, per impedirgli di starle attorno con la sua stupida faccia da nerd e quelle odiose lentiggini. Quando ella smarriva un oggetto e chiedeva un prestito alla classe, lui era sempre il primo a depositarlo sul suo banco con un gesto di stizza. Durante le partite di pallavolo, si addossava tutte le battute più spietate, pur di non lasciarle subire a lei. Ad economia domestica, l’aiutava silenziosamente a preparare i pasti; rischiando di svenire per mancanza di ossigeno, costringendosi a non inspirare il profumo della sua pelle, altrimenti l’avrebbe perseguitato per tutta la giornata. A Katsuki sembrava d’impazzire, non c’era verso di comprendere cosa non andasse, nel suo corpo. Aveva iniziato a lottare contro l’ovvio, contro un’affermazione che egli non voleva nemmeno intuire. Lottava con il proprio cuore, reprimendo ogni giorno l’urgenza di vederla, di ascoltare la sua voce e di sentirla chiamare il suo nome. Si sentiva come un disordinato equilibrista che camminava sospeso s’un filo sottile come un capello, al di sotto del quale si stendeva solo il vuoto. Un passo falso e sarebbe precipitato verso un mondo sconosciuto, dal quale egli si sentiva genuinamente terrorizzato. Non aveva mai avuto una ragazza, nemmeno all’asilo. Non era capace di trattare con le donne, preferiva possederle e lasciarsi possedere per una notte, privi di legami il giorno seguente. Era più facile, in quel modo: gli istinti primordiali e quasi bestiali erano gli stessi per tutti. Non c’era sforzo, né preoccupazione. Egli non sentiva il bisogno di averle attorno per più delle ore necessarie, non aveva mai provato il bisogno neanche di conoscere i loro nomi. Erano corpi, proprio come lui lo era per loro. Katsuki era convinto che un tipo di approccio del genere sarebbe stato ideale, per lui. Una situazione dove entrambi potevano ottenere il massimo, sforzandosi il minimo. Utilitaristico ed infallibile. Eppure, l’immagine di Uraraka gli aveva sottratto anche la voglia di cercare qualcuno di nuovo per le sue avventure notturne. L’idea di entrare in comunione con un corpo che non fosse il suo, lo repelleva. Non aveva più occhi che per lei e ciò lo snervava oltre ogni dire. Perfino le serate a luci rosse passate a commentare i porno in camera da Mineta non l’interessavano più. Si ritrovava a passare dal dormitorio femminile, indugiando nei pressi della porta della sua camera, solo per sentirla chiacchierare con le sue amiche. Quella volta in cui l’aveva perfino sentita dire che lo considerasse “carino”, aveva quasi fatto saltare in aria la macchinetta del caffè. Ormai, si considerava un caso senza speranza. Ascoltava distrattamente canzoni alla radio, melodie melense e sdolcinate, pensando a lei.
Era così stanco. Stanco di doversi costringere a non guardarla, durante le ore di educazione fisica. Stanco di evitarla, durante le sessioni di allenamento per i Quirk. Stanco di non poter bussare alla sua porta per chiederle di chiacchierare in giardino, nelle sere di maggio. Stanco. Per quale ragione avrebbe dovuto continuare a dibattersi nella gabbia che egli stesso si era premurato di costruirsi, mentre la chiave per uscire era ben stretta nella sua mano? Orgoglio? Accidia? O forse, la sua era una paura vorace che ingurgitava qualsiasi tentativo di affrancarsi, con lo spaventoso anatema del “e se poi?”. E se poi fosse stato rifiutato? E se poi lei volesse solo restare amici? E se poi avesse già qualcun altro? E se poi, e se poi, e se poi. Stanco. Era stanco.
Una breve melodia ruppe il filo dei suoi pensieri, mentre una voce femminile s’insinuava nel silenzio del vagone. Era solo l’interfono, annunciando ai passeggeri della metro che erano giunti ad una fermata, quella che a Katsuki occorreva. Scivolò fuori dal mezzo pubblico insieme ad un altro paio di pendolari, trascinandosi stancamente verso i dormitori della U.A. Era uscito a fare una passeggiata nel parco del suo quartiere natale, per frapporre una distanza fra lui e il centro dei suoi pensieri. Detestava arrivare impreparato alle sfide. Detestava non sapere che sarebbe uscito vittorioso da una battaglia. Detestava l’idea di sentirsi un perdente.
Inspirò profondamente, prima di rientrare nel dormitorio, dove venne accolto dal vociare dei suoi compagni di corso, insieme a qualche studente della sezione B. Si trascinò faticosamente per tutta la serata, superando la cena e domandandosi fino all’ultimo se quello che stesse per fare, fosse giusto. Da solo, nel silenzio della sua camera, ponderava le sue opzioni e i possibili scenari che ne sarebbero derivati. Tuttavia, egli non si era mai giudicato una persona riflessiva, quella era prerogativa dei nerd come Deku. Lui era sempre stato un uomo d’azione. L’attacco era il suo unico piano e la sola strategia funzionale di cui fosse a conoscenza. Quasi cacciò un urlo, per la frustrazione. Imparò la prima, fondamentale lezione della sua vita sentimentale: l’amore era difficile da gestire. Somigliava più ad una spina nel fianco, che ad un’esperienza onirica. A Katsuki non piaceva. Iniziava a detestarlo. Intuì che l’unico modo per liberarsene, fosse affrontarlo. Una lotta, proprio come faceva per ogni situazione. Infilò una canotta nera, prese il cd che aveva lasciato sulla scrivania ed uscì dalla sua stanza, infischiandosene che sui pantaloni della tuta ci fosse un disegno stilizzato di All Might. Li usava come pigiama e quasi nessuno era a conoscenza della loro esistenza. Scese al piano inferiore, avendo cura di fare il minor rumore possibile e sperando che non ci fosse nessuna delle ragazze in giro, a quell’ora.
Il dormitorio femminile era vuoto e silenzioso, gli unici suoni erano attutiti e provenivano dalle stanze, chiuse, delle sue compagne. Qualcuna stava vedendo un film occidentale in lingua, egli riconobbe l’inglese dei dialoghi. Iniziò a sentirsi a disagio quando i suoi piedi imboccarono il lungo corridoio, superando una ad una le camere che non gli interessavano. Avvertì il sudore inumidirgli le mani e si affrettò ad asciugarsi le palme sui pantaloni, frustrato. Se quello era il sapore dell’umiliazione, era un boccone che non avrebbe mai saputo ingoiare. Arrivò di fronte alla stanza di Uraraka e sentì nuovamente il cuore fare a pugni con il suo sterno. E se fosse morto lì sul colpo, prima di poter fare qualunque cosa?, si domandò, agitato. Sollevò una mano per bussare, ma la porta si aprì da sola. Egli si trovò faccia a faccia con la ragazza, la quale levò lo sguardo sul suo volto, stupita.
«Bakugo-kun? Che cosa ci facevi dietro la mia porta?» Gli chiese, battendo le palpebre. Katsuki lasciò inavvertitamente vagare lo sguardo, notando che ella fosse in tank top e pantaloncini corti. Quella vista lo destabilizzò, facendolo inavvertitamente indietreggiare di mezzo passo. Perché si stava comportando come quel frignone di Deku?
«Tieni» disse, monocorde. Le tese il cd senza guardarla, mostrandole la migliore espressione infastidita e noncurante del suo repertorio, sperando che la spacciasse per genuina.
«Una playlist?» Ella domandò, più a sé stessa, che a lui. La sentì rigirarsi il cd fra le mani, scorrendo la lista di brani e nomi di autori.
«Hai dei gusti di merda» le rispose, rifiutandosi ancora di spostare gli occhi dal pavimento alla sua destra. «La tua camera è sotto la mia, fai un favore ad entrambi e metti musica decente» concluse, passandosi nervosamente una mano fra le puntute ciocche biondo sabbia. Egli sentiva il suo sguardo su di lui, mentre le proprie guance iniziavano ad emanare calore. Stava arrossendo, con suo sommo orrore.
«È per questo che ti comporti in modo strano, ultimamente? Perché metto canzoni che a te non piacciono?» Rifletté Uraraka, ottenendo finalmente di farsi guardare in volto. Katsuki si sentì onestamente confuso, era come se ella avesse parlato in francese.
«Eh?»
«Sei strano, Bakugo-kun. È da qualche mese che avrei voluto parlarti e chiederti perché, ma sembri fare del tuo meglio per evitarmi» spiegò lei, pensierosa. «Se il problema fosse stato veramente la musica, sarebbe bastato dirmelo prima» aggiunse. «Lo ascolterò appena possibile, grazie» concluse, sventolando il cd ed abbagliandolo con un sorriso. Katsuki arrossì ancora di più, indietreggiando e quasi inciampando sui suoi stessi piedi.
«F-fai un po’ come cazzo ti pare» replicò, grattandosi la testa a disagio e avviandosi verso la sua camera, cercando di non perdere il suo noncurante aplomb.
«La prossima volta non tenermi il broncio per un mese, altrimenti sarò io a presentarmi alla tua porta!» Esclamò lei, divertita, guardandolo allontanarsi.
«Sei libera di andare dove vuoi, per quel che me ne fotte» borbottò il ragazzo, sentendola ridacchiare prima di richiudere la porta. Egli si guardò alle spalle, per accertarsi che nessuno avesse visto nulla, per poi correre verso l’entrata del dormitorio femminile, crollando con le spalle al muro e il fiato corto. Non poteva credere di avercela fatta così a buon mercato. Era riuscito a darle quella playlist che aveva assemblato nell’ultimo mese con così tanta fatica, senza umiliarsi più di tanto. Si portò una mano al petto, avvertendo le violente pulsazioni rimbombare al di sotto del cotone della canotta. Tirò un sospiro di sollievo, ancora incredulo.
Reso sordo dal proprio caos interiore, non si accorse del rumore di passi che risalivano le scale. Si ritrovò dinanzi Mineta e Kaminari in divisa scolastica, che stringevano delle bottigliette di plastica in una mano.
«Bakugo? Che ci fai in giro a quest’ora?» Chiese Denki, sorpreso di vedere il ragazzo con un’espressione stravolta, a corto di fiato ed aggrappato al muro d’ingresso del dormitorio femminile.
«Huh? Potrei chiedere lo stesso a voi» Fu solo in grado di articolare, mentre il suo cervello girava forsennatamente per trovare una scusa plausibile da giustificare la sua presenza lì.
«Avevamo il turno di pulizia della piscina. Ricordi, la punizione di Aizawa sensei?» Gli rispose Mineta, sospirando. «Ci ha distrutti, quel demone delle montagne» si lagnò poi, massaggiandosi i lombi. Un breve silenzio calò sui presenti, mentre Katsuki iniziava ad innervosirsi e gli altri due cominciavano a tirare le somme. Il biondo avvertì due sguardi malevoli pizzicargli la pelle e si ritrovò presto accerchiato dai suoi compagni.
«Hey, Bakugo…» esordì Kaminari. «Come mai sei fuori dal dormitorio femminile, con una faccia simile?»
«Sei andato a spiare le ragazze senza dirci nulla? Pensavi di godertele tutte tu, eh, porco egoista!» Esclamò Mineta, tirandolo per la canotta. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso.
«Ma che cazzo volete, tutti e due?! Levatevi dalle palle o vi schianto a casa con due esplosioni!» Urlò, mentre dalle sue palme iniziava a levarsi una sinistra colonnina di fumo. Gli altri due iniziarono a correre schiamazzando al piano superiore, mentre Todoroki Shoto si affacciò sul pianerottolo, stretto in un accappatoio blu scuro. Se si fossero portati dietro anche Iida, sarebbe diventato impossibile coprire la situazione senza rischiare ulteriori umiliazioni. Egli pregò che nessun altro venisse richiamato dal frastuono e che i suoi due amici non corressero da Sero e Kirishima per avere man forte.
«Si può sapere perché fate tutto questo casino alle dieci di sera? Domani abbiamo lezione» commentò quello, appoggiandosi alla ringhiera e guardando Katsuki con espressione interessata.
«Fatti i cazzi tuoi, stronzo a metà! E non urlare, altrimenti richiamerai l’attenzione!» Strillò il biondo, risalendo le scale.
«L’unico che sta alzando la voce, sei tu» rispose l’altro, impassibile. Bakugo lasciò andare un ruggito di frustrazione, avviandosi verso la sua camera con studiata calma, sventolando un dito medio verso Denki e Mineta che lo fissavano con astio dal loro nascondiglio dietro al divano. Non riuscì ad impedirsi di sorridere, suo malgrado, appena si richiuse la porta della stanza alle spalle. Ce l’aveva fatta. Crollò a letto sentendosi finalmente stanco nel corpo, ma non più nel cuore.
